I progressi del 2011: la primavera araba e il multipolarismo contro i costruttori di paura

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8 gen. 2012

di Pino Arlacchi

Ritorno come promesso al tema del 2011 come anno “kantiano”, tappa importante nella crescita dello sviluppo umano. In una nota apparsa l’ultimo dell’anno su questo sito ho citato il rapporto della Banca Mondiale secondo cui gli obiettivi più ambiziosi della “Strategia del Millennio”, stabilita dall’ONU nel 2000 ed avente come scadenza il 2015, saranno raggiunti. Il traguardo più rilevante, il dimezzamento della povertà assoluta nel pianeta, è a portata di mano, essendo stato conseguito da Cina, India e altri paesi. E il secondo obiettivo più ambizioso, l’istruzione primaria per tutti i bambini della terra, è già realtà nell’83% degli stati.
Una serie di altri dati, pubblicazioni ed eventi confermano che questo trend positivo è all’opera anche nel campo della sicurezza umana. E come precursore dell’anticatastrofismo e critico del partito della paura che imperversa nei media ed altrove non posso che gioire di ciò.

La primavera araba ha colpito il terrorismo di matrice islamica molto più di qualunque strategia militare e di intelligence. Ne ha mostrato l’impopolarità, l’isolamento politico e l’irrilevanza storica, confermando l’antico giudizio dei padri fondatori del socialismo verso i signori delle bombe: il terrore generato da un attentato, qualunque sia il suo livello e grado di successo, è di breve durata. Non cambia la storia, non sostituisce l’azione politica, e fa molto spesso il gioco dei poteri autoritari contro cui si dirige.
Il 2011 è stato davvero un pessimo anno per gli sventurologi. La primavera araba ha anche distrutto quello che nel mio ultimo volume chiamo “l’imbroglio dello scontro di civiltà”, dimostrando come l’ aspirazione verso la democrazia sia universale, e non esista alcuna sua incompatibilità con il mondo arabo o musulmano.
E poiché la “pace kantiana” si basa sul concetto che due regimi democratici non si fanno guerra tra di loro, ecco che il 2011, aumentando il numero delle democrazie in una delle zone più turbolente del pianeta, ha portato con sé anche la crescita delle istituzioni della pace e della coesistenza.
Un altro grande passo avanti verso un mondo più decente si è verificato con l’accelerazione del passaggio dall’assetto unipolare che abbiamo ereditato dalla fine della Guerra fredda al mondo multipolare dove gli USA, l’Europa, la Cina, l’India, il Brasile ed altri paesi coesistono rinunciando a lottare per la supremazia. Ed escludendo a priori l’uso della forza nella regolazione dei loro rapporti. A molti sfugge la svolta epocale rappresentata dal rientro sulla scena globale di una potenza fondamentalmente pacifica come la Cina, la cui strategia di sicurezza nazionale è anti-espansionista. E la cui visione dei rapporti internazionali assomiglia a quella dell’Unione europea nell’assenza di ogni sindrome da fortezza assediata e di ricerca di un nemico.
L’accelerazione del multipolarismo è il prodotto della grave crisi finanziaria dell’Occidente e della continua crescita delle economie non occidentali, ma anche l’universalizzazione del sentimento di avversione alla guerra ha fatto la sua parte. Perché ha scoraggiato gli altri paesi dal rincorrere gli USA nell’incremento del budget militare. Ed ha avuto benefici effetti nell’espansione del multilateralismo e dell’associazionismo regionale, nonché nel proseguimento della crescita esponenziale delle operazioni di pace sotto l’egida dell’ ONU e di altri attori.
La guerra diventa perciò sempre più obsoleta, anacronistica, inaccettabile agli occhi dei più. Con la partenza degli ultimi soldati americani dall’Irak cesserà anche la memoria dell’ultimo conflitto nel quale due eserciti regolari si sono scontrati sul campo. È avvenuto nel 2003 e forse non si ripeterà più.
Anche perché quel conflitto ha confermato quanto siano diventate stupide e inutili le guerre. Per secoli esse sono servite come strumento di conquista territoriale degli stati e come veicolo di costruzione degli Imperi. Ma a partire da pochi anni dopo la seconda guerra mondiale non c’è stato quasi più un confine modificato con la forza. Non c’è stato più alcun paese scomparso per via di una conquista. La guerra di Corea è costata un milione di morti e i confini sono rimasti dove erano prima. Il conflitto Iran-Irak seguito all’ invasione di Saddam Hussein ha portato allo stesso risultato dopo 650mila morti. E così per l’ attacco al Kuwait nel 1990. Lo sconfinamento israeliano dopo la guerra del 1967 non è stato mai riconosciuto dalla comunità internazionale. E lo stesso è avvenuto con l’invasione di East Timor da parte dell’Indonesia e del Western Sahara da parte del Marocco nel 1976.
La guerra non paga come strumento di conquista, ma soddisfa gli interessi di chi prospera sulla paura e l’aggressione. Questo aspetto della questione resta nell’ombra anche nelle analisi apparse più di recente sul tema del declino della violenza. Il malloppo di 800 pagine appena pubblicato da Steven Pinker negli USA e nel Regno Unito (The Better Angels of Our Nature. Penguin) parla di tutto ciò che riguarda la progressiva pacificazione del mondo negli ultimi 10mila anni senza affrontare il tema dell’ostacolo più potente alla pace contemporanea: il blocco di interessi radicato nell’industria dei media e nel complesso militare-politico-industriale che domina la politica estera americana. Sono i costruttori di paura che ci impediscono di sentirci più sicuri e di diventare più civili.
Ma la partita è tutt’altro che chiusa. Giochiamola fino in fondo.





 

 
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