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Trump, il bullo che si vede padrino

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Con questa riflessione su Trump e la criminalità organizzata riprendo la mia attività dopo una breve interruzione dovuta a un soggiorno in Venezuela e ad una serie di impegni accademici all’estero.

Su Il Fatto Quotidiano di oggi potete trovare una versione più corta (https://www.ilfattoquotidiano.it/…/trump-il-bullo-…/5265390/) del testo qui di sotto.

 

Trump, il bullo che si vede padrino

di Pino Arlacchi | 19 giugno 2019

 

Nei media più critici, l’accostamento di Donald Trump a un boss della mafia è diventato quasi un luogo comune, ma fa comunque una certa impressione vedere stampata sul Financial Times la faccia di Trump con gli stessi lineamenti di Marlon Brando ne “Il Padrino”. 
«Il suo modo di condurre la politica estera, la sua enfasi sulle relazioni personali tra i boss, il senso che ci si può fidare solo dei membri della famiglia, la capacità di passare bruscamente dalle affettuosità alle minacce, e viceversa; la tendenza a trattare le alleanze come una forma di protezione estorsiva - ‘paga se no smettiamo di proteggere il tuo quartiere’; l’inclinazione a fare offerte che non possono essere rifiutate» sarebbero la quintessenza dello stile di governo di un ex-palazzinaro e proprietario di casinò diventato Presidente degli Stati Uniti (https://www.ft.com/con…/f5c048c8-8b58-11e9-a1c1-51bf8f989972).
Da un punto di vista, diciamo così, tecnico, Trump in realtà assomiglia più a un gangster, a un bullo metropolitano, piuttosto che a un autentico Don Vito Corleone. 
Ho descritto altrove, per bocca di Tommaso Buscetta, la tragica fine per mano mafiosa di una stella filante della malavita milanese degli anni ‘60 come Francis Turatello, padrone anche lui di casinò (clandestini). «Turatello era il tipico gangster: sbruffone, estroverso, spendaccione...Amava il lusso, la bella vita, le donne. Era un megalomane: l’ esatto opposto del mafioso...non era esperto nell’arte mafiosa di dissimulare e di tradire. Era un ribaldo che affrontava ogni cosa di petto» (Addio Cosa Nostra, pag. 220, Chiarelettere, 2019). La sua sfida a Cosa Nostra terminò in un supercarcere della Sardegna a causa di un alterco avvenuto cinque anni prima in una bisca con Alfredo Bono, un vero uomo d’onore.
Trump sta all’ odierno deep state americano come Turatello sta a Bono: Appartengono alla stessa matrice sopraffattoria, ma con profili divergenti. L’impero americano, come Cosa Nostra, è un freddo manufatto egemonico. Un Presidente alla Don Vito non si perde in stravaganze e in eccessi bullisti. Non dichiara di averlo più grosso di quello del Presidente della Corea del Nord, e di essere pronto al genocidio atomico contro Pyongyang, per poi sedersi a negoziare come se nulla fosse accaduto.
Un Presidente davvero mafioso reclama obbedienza dal resto del mondo perché pretende di fornire un bene comune supremo, la tutela da un nemico mortale. E’ questa l’offerta che non può essere declinata.
Ma l’affinità tra il potere americano degli ultimi decenni con il metodo mafioso di dominio si estende anche a un altro aspetto cruciale: entrambi pretendono di proteggere da minacce che essi stessi hanno creato. 
Ma andiamo per gradi.
Dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti hanno avanzato ai paesi alleati un’offerta di stabilità e di pace garantita da un’offerta di difesa contro un nemico ritenuto molto potente: l’Unione Sovietica, portatrice di una proposta di governo mondiale alternativa ed espansionista.
Il pericolo si è rivelato enormemente gonfiato, perché la superiorità economica e militare degli USA è stata schiacciante fin dall’inizio, e perché i piani sovietici di un’invasione dell’Europa Occidentale non si sono mai trovati, neppure dopo il crollo del comunismo, l’ apertura degli archivi e la moltiplicazione delle testimonianze.
Ma per quanto esagerata, la minaccia da cui dipendeva la protezione offerta dagli Stati Uniti venne ritenuta credibile, ed i missili sovietici puntati contro l’Europa la trasformarono in una classica profezia che si autoadempie.
I paesi europei parteciparono perciò di buon grado alla costituzione di una forza armata multinazionale a guida americana, la NATO, per difendersi da una possibile invasione. 
Il prezzo del servizio di protezione offerto dagli USA, d’altra parte, era imbattibile. Non c’era alcuna tassazione diretta. Tutto ciò che veniva chiesto agli alleati era di adottare il dollaro come valuta degli scambi con l’estero, accettare quelle limitazioni di sovranità che erano indispensabili per l’esercizio della tutela, ed agganciarsi al carro americano in politica estera. 
Ma già prima del crollo del comunismo, già all’inizio degli anni ’80, l’amministrazione Reagan iniziò la trasformazione della protezione legittima in una tipica estorsione mafiosa, dove chi offre il servizio è anche il soggetto che crea la minaccia. Venne messo in piedi un colossale programma di riarmo contro un’inesistente supremazia militare sovietica, accompagnato da un offensiva nel Terzo mondo che si svolse arruolando una serie di tiranni locali, tra i quali Saddam Hussein, assieme a varie entità del fondamentalismo sunnita che sarebbero diventati poi il saudismo wahabita, Osama Bin Laden, i Talebani, Al Qaeda, l’ISIS e simili.
Dopo il 1989 è venuto meno il bisogno del gendarme mondiale, ma la pretesa di protezione americana è proseguita. Consapevolmente o meno, ma in perfetto stile Cosa Nostra, gli Stati Uniti avevano creato negli anni ’80 i pericoli da cui hanno preteso di difenderci nei decenni successivi e fino adesso.
Tutto ciò a scapito del soft power, l’autorità morale goduta dagli USA in passato, ed a vantaggio dei due pilastri attuali dell’ impero: il dollaro e la forza armata. 
Ci si può allora meravigliare se si è ormai consolidata un’opinione negativa sul ruolo che gli Stati Uniti giocano nel mondo? Secondo il sondaggio ripetuto dal Pew Center sin dal 2013, i cittadini di 68 paesi considerano gli Stati Uniti come la più grande minaccia alla sicurezza mondiale.

 
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