Dall'Iraq alla Libia: così è esploso il business illegale dei nuovi mercenari

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"...Occorre perciò un impegno speciale delle forze della pace per l’abolizione delle pratiche mercenarie. E l’appello dell’Unità è un ottimo primo passo".

l'Unità, 5 mar. 2011

L'analisi di Pino Arlacchi

Sono venute alla luce negli ultimi giorni varie testimonianze su mercenari africani che stanno attaccando i dimostranti su ordine di Gheddafi. Anche se in alcuni casi si può trattare di poveracci di pelle scura che stanno solo tentando di emigrare in Europa passando dalla Libia e che vengono scambiati per pretoriani del dittatore, il modus operandi delle milizie a lui più vicine lascia pochi dubbi. Si tratta di combattenti collaudati, reduci delle guerre civili nel Sahel e nell’Africa occidentale.

Da quando esistono - e cioè dalla notte dei tempi, dato che la loro professione contende a quella preferita da Berlusconi il titolo di più antica del mondo - i mercenari sono sempre gli stessi. Sono mossi da due preoccupazioni di fondo: star lontano il più possibile dal giorno in cui possono morire, e star vicini il più possibile al giorno in cui devono essere pagati. Quando hanno combattuto a lungo, i soldati di ventura hanno acquisito una qualificazione definitiva. Non hanno più alternative occupazionali. Non sanno fare altro che combattere. Sono dei killer di professione. Manodopera a basso costo, disposta a togliere la vita altrui per pochi soldi.

Gli esperti sostengono che Gheddafi può attingere da un pool di soldati ben collaudati, veterani delle carneficine in Guinea, Sierra Leone, Liberia e Costa d’Avorio assunti tramite compagnie di ventura basate in Sudafrica o tramite aderenze locali. Gheddafi gode di buoni appoggi da quelle parti. Negli ultimi anni, i suoi soldi hanno sostenuto un certo numero di regimi traballanti. Per esempio, quello dell’ex-Presidente della Liberia Charles Taylor, un capo mercenario oggi sotto processo all’ Aia per crimini di guerra. È perfettamente plausibile, quindi, che gli alti funzionari fedeli a Gheddafi abbiano i contatti giusti nella regione.

Nella repressione di una insurrezione civile, i mercenari offrono un vantaggio di fondo rispetto alle forze armate statali. I soldati di ventura sparano senza fare storie su dimostranti a loro estranei per nazionalità, etnia e lingua. Il costo da pagare c’è comunque, come dimostrato in questi giorni dal passaggio all’opposizione di reparti dell’esercito libico disgustati dalla vista di stranieri che massacrano loro connazionali. Ma quando si è all’ultima stazione, e si è deciso di resistere fino all’estremo, questa dei killer a pagamento è per un tipo come Gheddafi una scelta obbligata.

L’uso dei mercenari è proibito sulla carta da due Convenzioni, una sulla «Eliminazione del mercenarismo in Africa» approvata nel 1977 dall’Unione africana e l’altra, più globale, approvata in sede Onu ed entrata in vigore nel 2001.

Ma il problema è che nel frattempo anche i mercenari sono scomparsi. Sulla carta. Perché adesso si chiamano «Compagnie militari private» e «Compagnie private della sicurezza». Entità specializzate nel fornire servizi di protezione e sicurezza delle proprietà e delle persone. Imprese private che producono operazioni di combattimento, pianificazione strategica, intelligence, supporto logistico ed operativo, addestramento, forniture e manutenzione di armi ed equipaggiamento.

Imprese piccole (quelle del Sudafrica), medie (quelle inglesi) e grandi (quelle americane), accomunate da uno slogan ricorrente in tutta la loro narrativa: non abbiamo niente a che fare con le compagnie mercenarie. Siamo ditte legali. Lavoriamo per i governi, rispettiamo le leggi dei paesi nei quali operiamo ed obbediamo a precisi standard etici nelle nostre attività.

Peccato che la cronaca degli ultimi trent’anni non confermi affatto questa pretesa e si ostini a collocare i contractors militari lungo una linea di continuità non solo con i “condottieri” di Machiavelli, ma anche con le milizie stile Gheddafi. La montagna di violazioni dei diritti umani nei teatri di guerra da una parte, e la montagna di soldi accumulati truffando i committenti, sfruttando gli operatori più umili e corrompendo autorità ad ogni livello dall’altra, hanno conferito a società come la ex-Blackwater (oggi Xe, dato il crollo di reputazione) o la Dyncorp, un alone sinistro, simile a quello delle loro controparti in Sudafrica e in Europa.

Che cos’altro è l’Executive Outcomes sudafricana, per esempio, se non una compagnia di ventura mascherata da impresa militare privata? Questa ditta è stata creata da appartenenti alle famigerate forze speciali smantellate dopo la fine dell’apartheid, ed ha “lavorato” per conto dei governi dell’Angola e della Sierra Leone nella soppressione delle ribellioni locali. Disciolta nel 1998 dal governo del Sudafricana, la sua memoria viene tenuta viva dall’ impegno dei suoi ex-membri nel lavoro sporco delle guerre civili di mezzo mondo.

Una differenza di non poco conto tra i contractor odierni e quelli dei tempi di Machiavelli però esiste. E sta nel volume d’affari e nelle dimensioni del loro personale, enormemente più grandi. Stiamo parlando di una industria il cui fatturato è salito, solo negli Stati Uniti, da 55 miliardi ad oltre 200 miliardi di dollari nel 2010. Secondo l’ultimo rapporto del Congresso Usa, il numero dei soggetti privati presenti oggi in Iraq e in Afghanistan ha superato quello dei soldati ufficiali, mentre quasi l’intera logistica militare Nato in Afghanistan è affidata a loro.

Questa espansione dei mercenari e delle compagnie di ventura è un fenomeno preoccupante, che equivale alla privatizzazione della guerra. Sommandosi agli interessi delle industrie degli armamenti, essa è un potente ostacolo allo sviluppo democratico dei paesi che ospitano le imprese militari private. Ma è anche una risorsa aggiuntiva nelle mani delle tirannie, come dimostrato dalla Libia di Gheddafi, e come potrebbe essere confermato da altri regimi in pericolo.

Occorre perciò un impegno speciale delle forze della pace per l’abolizione delle pratiche mercenarie. E l’appello dell’Unità è un ottimo primo passo.

 
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Pino ArlacchiNon sono una persona complicata. La mia vita pubblica ruota intorno a due cose: il tentativo di capire ciò che mi circonda, da sociologo, e il tentativo di costruire un mondo più decente, da intellettuale e militante politico.

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