Eppure la tolleranza religiosa è nata proprio in Medioriente

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INTEGRALISMI

L'Unità, 19. nov. 2010

di Pino Arlacchi

In un recente fondo sul Corriere della sera ("Cristiani invisibili") l'illustre prof. Angelo Panebianco vede nel brutale attacco di Al Qaeda alla chiesa di Baghdad della settimana scorsa l’espressione di una vasta persecuzione anticristiana che starebbe attraversando l’intero mondo islamico, e che procederebbe indisturbata grazie alla vigliaccheria occidentale.
Generalizzazioni come queste sono errate nel merito, e sono la faccia speculare del fondamentalismo islamico. Sono gli estremisti che leggono gli episodi di discriminazione verso i musulmani che avvengono di recente in Occidente come un disegno persecutorio ben orchestrato, cui bisogna opporsi con ogni mezzo, terrorismo incluso.

 

Secondo i fanatici islamisti, questo disegno è iniziato all’ inizio degli anni ’90 con le persecuzioni contro i musulmani del Kosovo e della Bosnia. Non è arretrato neanche di fronte al genocidio (Srebrenica). E´proseguito con gli attacchi ad entità islamiche come l’ Irak, l’ Afghanistan, Gaza, e domani continuerà con l’ Iran, lo Yemen, e forse con la Siria e la Somalia.
Questo disegno esiste in realtà solo nella testa dei fondamentalisti. Ma ad accomunare le due posizioni è il mito dello scontro di civiltà, concetto cui Panebianco è affezionato e che continua a fare danni sia alla verità che alla pace.

È vero che si stanno intensificando i risentimenti anticristiani nelle frange più estreme e marginali di alcuni paesi arabi. Ma si tratta più del contraccolpo dell’occupazione militare di paesi islamici da parte di potenze cristiane e occidentali, che di una lotta per la supremazia religiosa. L’occupazione dell’Iraq nel 2003 e il massacro di Gaza dell’anno scorso hanno esasperato tutte le divisioni etniche, politiche e religiose della regione. E gli scontri più gravi non hanno avuto come bersaglio i cristiani, ma gli islamismi di Hamas a Gaza e le fazioni sunnite e sciite dell’Islam che competono per il potere politico.
Tutto ciò rischia di oscurare un fatto di fondo, ben noto a chi conosce la materia: la tolleranza che, nella maggior parte del mondo arabo, continua a caratterizzare le relazioni tra religioni, e tra queste e i popoli e gli Stati di riferimento. Quando scoppiano conflitti che appaiono come scontri di religione, allora, è molto probabile che le cause vere si trovino al di fuori dell’urto tra fedi contrapposte. Si tratta spesso di atti terroristici, di scontri politici mascherati da contrasti confessionali, o di chiese locali che hanno perso l’autorità morale e si comportano come attori politici a tutto campo.
Le radici di questa tolleranza sono tanto antiche quanto poco conosciute in Occidente. Mentre in Europa, tra guerre e persecuzioni religiose ci si è scannati spesso e volentieri fino e oltre la soglia del genocidio, nel mondo arabo e in gran parte dell’Asia il pluralismo religioso è stato per millenni più diffuso e radicato dell’insofferenza e dell’oppressione di una fede sulle altre.
In Siria, nelle città vecchie di Damasco e Aleppo, ci sono quartieri e chiese cristiane che, a dispetto di pregiudizi radicati, se ne stanno lì da quasi venti secoli accanto ai quartieri ebrei, armeni e musulmani. In tutto il Medio Oriente, dalla Giordania al Libano alla Siria, si perpetua un patrimonio plurisecolare di coesistenza e tolleranza reciproca tra religioni che andrebbe protetto e valorizzato piuttosto che ignorato e buttato a mare di fronte alle prime manifestazioni di intolleranza. Anche nell’Iraq di Saddam un cristiano come Tarek Aziz poteva raggiungere i vertici del governo grazie al diffuso secolarismo della società e delle istituzioni.
A livello della società civile di questa regione non si è perciò depositata alcuna animosità spontanea di un gruppo religioso contro l’ altro. Perfino nell’Iran degli Ayatollah, a dispetto delle farneticazioni di AhmadinejńĀd e di una orribile teocrazia, esiste una delle più grandi comunità ebraiche della regione: circa 25mila persone, eredi di un insediamento vecchio di quasi tremila anni, che frequentano 12 sinagoghe a Teheran e Isfahan, e che vivono, lavorano e professano la loro fede in relativa tranquillità.

Un’intera generazione di ricercatori – quelli della World History, ed altri – ha ormai sfatato il mito che la democrazia politica e la tolleranza religiosa siano state prerogativa esclusiva della Grecia e dell’Occidente. Già nel 300 a .C. l’imperatore indiano Asoka difendeva la tolleranza e il secolarismo, e ancora nel 1590 – quando l’Inquisizione celebrava i suoi fasti e gli eretici venivano bruciati vivi nelle piazze delle città europee – un suo successore, l’imperatore Akbar, stabiliva che “nessuno può essere infastidito sul tema della religione e a ciascuno deve essere consentito di professare la religione che più gli aggrada”.
Come raccontano i missionari gesuiti a proposito dell’impero cinese del diciassettesimo secolo, soltanto sette anni dopo la ripresa delle guerre di religione in Europa, nel 1692, Kang-xi, l’imperatore filosofo amante delle arti e delle scienze, emanava un editto sulla tolleranza religiosa che consentiva la libera diffusione del messaggio cristiano in Cina.
Ma torniamo all’oggi: la monarchia hascemita mena vanto da lungo tempo del suo ruolo di protettrice di quel 6% della popolazione cristiana della Giordania. Questi cristiani godono anche (come in Libano) di una quota riservata di seggi in Parlamento, sono molto presenti nella business community e nelle università, e detengono roccheforti importanti come la città di Madaba. Anche la famigerata Siria, parte dell’ “asse del male” dei tempi di Bush, detiene un lungo curriculum di protezione delle minoranze cristiane, che risale all’asilo dato agli armeni fuggiti dalle persecuzioni turche della prima guerra mondiale. Il 10% dei siriani è cristiano, libero di celebrare senza alcuna limitazione la propria fede, e presente in posizioni-chiave sia nell’economia che nel governo. Le chiese cristiane in Siria ricevono gratis elettricità e acqua dal governo, e i preti sono esentati dalle imposte.
Certamente si tratta di due paesi retti da regimi non democratici, che riconoscono ai cristiani una eguaglianza di trattamento che negano ad altre minoranze come i curdi in Siria e i palestinesi in Giordania. Ma sono comunque esempi che smentiscono l’accusa di una generalizzata e crescente discriminazione anticristiana nel mondo arabo.
È del tutto ingiusto, inoltre, suggerire, come fanno Panebianco e altri, che i musulmani arabi si siano di colpo rivoltati contro i loro compatrioti cristiani. Il comportamento di una frangia ultra-estrema presente in ciascun paese mediorientale non deve essere confuso con quello della stragrande maggioranza della popolazione, che rigetta sia le posizioni fondamentaliste che la violenza. Anche gruppi islamisti non moderati, come la “Fratellanza islamica egiziana”, hanno espresso il loro disgusto verso il massacro di Baghdad “rigettando tutte le odiose minacce contro i luoghi di culto cristiani in Egitto lanciate da chiunque e sotto qualunque pretesto” ed hanno chiesto al governo del Cairo di assicurare adeguata protezione “ai luoghi sacri di ogni religione monoteista”.


 

 

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