Più furti e rapine? No, è il contrario

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l'Unità, 7 gen. 2013

L'intervento di Pino arlacchi

Secondo Berlusconi il governo Monti ha fatto aumentare la criminalità, come dimostrato dagli ultimi dati del Viminale apparsi qualche giorno fa sul “Corriere della sera”.

Niente di più falso. E non solo perché è sempre sbagliato attribuire oscillazioni brevi dei tassi di violenza a questa o quella gestione politica. Ma anche perché quei dati non «dicono»ciò.  Ho ottenuto dal Viminale le cifre sulle denunce di reato ricevute dalle forze dell’ordine italiane nel primo semestre 2012 comparate con quelle dell’anno precedente. Ed ho riscontrato esattamente l’opposto, e cioè la conferma della tendenza al declino della criminalità più grave che è all’opera in Italia e in Europa da circa venti anni.

Un declino che è uniforme nello spazio, costante nel tempo, e che non ha quasi nulla a che fare con il colore e l’alternanza dei governi. Anche la società italiana diventa sempre più sicura, nonostante ciò che i telegiornali - e in modo smisurato proprio quelli di Berlusconi– tendono a farci credere con la loro quotidiana esaltazione della cronaca nera.

Il numero degli omicidi in Italia è crollato. Dai quasi 2mila del 1991, diminuendo regolarmente anno dopo anno,  sono passati a 551 nel 2011, uno dei valori più bassi d’Europa e il più basso della storia nazionale. Solo mezzo secolo fa, negli Anni 60, si possono rintracciare cifre comparabili.

Quasi il 40% degli omicidi del 1991 si verificavano al Sud ed erano di matrice mafiosa. Ma a questo bisognava aggiungere un buon 10% di morti per rapina, furto, terrorismo, vendette e stragi. C’erano poi i sequestri di persona, reati altrettanto odiosi dell’ omicidio, importati al Nord negli Anni 80 dalla 'ndrangheta e dalla mafia siciliana (molto più forti allora che oggi, nonostante le iperboli mediatiche correnti).

Ciononostante, l’Italia di venti anni fa non era un campo di battaglia. Ma la sua distanza “civile” dal resto dell’Europa era ancora molto grande. Se il paese fosse rimasto lo stesso, difficilmente supererebbe oggi l’esame di ingresso all’Unione Europea.

La riduzione al minimo dello scarto con l’Europa si deve alle nuove politiche antimafia inaugurate proprio all’inizio degli Anni 90 dai governi tecnici e dell’Ulivo, e proseguite a malincuore negli anni duemila da quelli a guida Berlusconi. Le mafie sono state obbligate ad usare molta meno violenza. Cosa Nostra uccide ormai pochissimo, ed anche la ‘ndrangheta ha più che dimezzato la sua violenza. Sono solo 69 le esecuzioni mafiose del 2011, contro le 719 di vent’anni prima. I sequestri di persona sono scomparsi, assieme agli atti terroristici e le stragi, mentre le rapine violente e le aggressioni fisiche si sono sostanzialmente ridimensionate.

Estorsioni e stupri sembrano restare costanti o aumentare, ma l’opinione prevalente tra gli esperti è che sono le denunce a crescere per effetto della rivoluzione dei diritti umani degli ultimi tempi che porta le vittime a ribellarsi invece di tacere.

Va notato, inoltre, che nello stesso arco di tempo che ha visto il calo netto della criminalità più grave, l’Italia è stata oggetto di una pacifica e benefica invasione di 4 milioni e mezzo di giovani immigrati. Gli stranieri residenti erano 625mila nel 1991 e circa 5 milioni nel 2011. Uno tsunami demografico che non ha fatto rallentare in alcun modo il declino della violenza in atto nel Paese.

L’agenda sicurezza, perciò, può essere oggi molto più ambiziosa. Il governo Bersani può concretamente pensare di dare il colpo finale alle mafie storiche e ridurre drasticamente la violenza contro le donne e interna alle famiglie che produce oggi la maggior parte delle morti per omicidio. Occorre una strategia quinquennale di aumento della sicurezza e della qualità della vita delle nostre città da ottenere tramite una migliore organizzazione delle forze di polizia.

I venti dominanti sono questa volta a nostro favore. Non sfruttarli per navigare più lontano sarebbe un grave errore, che non verrebbe perdonato dai cittadini.

 

 
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Pino ArlacchiNon sono una persona complicata. La mia vita pubblica ruota intorno a due cose: il tentativo di capire ciò che mi circonda, da sociologo, e il tentativo di costruire un mondo più decente, da intellettuale e militante politico.

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