Il Fatto Quotidiano, 16 Gennaio 2020
Ed eccola qui la vera risposta dell’Iran all’attacco delinquenziale appena subito: l’inizio di una ritirata dall’accordo nucleare del 2015, logica conseguenza del ritiro trumpiano del 2018 e dell’inadempienza europea dei termini dell’accordo stesso. È cominciata così una grande partita, dove disinformazione e crassa ignoranza regneranno sovrane, e dove l’attore cruciale sarà, nell’immediato, l’Unione europea. Ma prima di arrivare a questo punto del discorso, è bene sfatare alcuni miti molto radicati nel circuito politico e mediatico.
A) Le bombe atomiche non sono illegali. Il tabù nucleare le ha condannate senza appello, ma è un tabù etico-politico, mai trasformatosi in un dettato giuridico vincolante. I pilastri della pace nucleare globale restano il cosiddetto equilibrio del terrore, cioè la certezza della distruzione reciproca dei contendenti della eventuale guerra atomica, e il Trattato di non proliferazione del 1970. Accordo tra i più deboli, perchè ogni suo contraente lo può abbandonare con breve preavviso e senza penali. E fabbricarsi poi tutti gli ordigni che vuole nel pieno rispetto della legalità internazionale. È ciò che ha fatto di recente la Corea del Nord, ed è ciò che l’Iran potrebbe fare se le prossime elezioni (mancano pochi mesi) consegneranno ai conservatori la prevedibile vittoria sui riformisti attualmente al governo. Non si è riusciti finora a proibire formalmente – ripeto – le armi nucleari. Solo le armi chimiche e batteriologiche sono bandite da apposite convenzioni fatte rispettare da appositi enti di controllo.
B) l’Iran è in posizione di vantaggio. Il Trattato del 2015 stabiliva che le potenze firmatarie si impegnavano a togliere tutte le sanzioni e reintegrare l’Iran nell’economia globale, soprattutto europea, in cambio della rinuncia a sviluppare il nucleare bellico fino al 2030. Impegno rispettato dall’Iran, ma non dall’Europa e dagli Usa. Trump ha stracciato l’accordo appena eletto, e ciò non sarebbe stato male se l’intero capitale finanziario occidentale non si fosse poi piegato all’imposizione americana di escludere l’Iran da ogni rapporto finanziario con il resto del mondo. Le imprese europee, italiane in testa, avevano iniziato a investire in un mercato tra più promettenti, ma hanno finito col cedere al ricatto dello Zio Sam per paura di vedersi tagliate fuori dal mercato Usa. L’Ue, a dire il vero, si è ribellata. Ha rifiutato con forza la pretesa di extraterritorialità delle sanzioni americane e ha reso illegale per le imprese europee il rispetto delle stesse. Ma sul piano delle proposte alternative l’Unione non è andata oltre la creazione di un quasi ridicolo meccanismo di baratto con l’Iran, chiamato Instex. La sua inadempienza dell’accordo è rimasta perciò intatta.
C) La palla è ora nel campo dell’Europa. Cosa può accadere? Il corso Usa e quello iraniano sono prevedibili perché largamente obbligati. Trump non può far altro che proseguire con la guerra ibrida in corso. E gli ayatollah con pieni poteri proseguiranno, come annunciato, lungo la strada del disimpegno dai patti nucleari. Con il probabile, per noi disastroso, esito di obbligare i paesi della regione, sauditi ed egiziani in primo luogo, a dotarsi anche loro della bomba.
Dopotutto, l’unica scelta razionale per proteggersi dall’attacco da parte di una potenza nucleare, è quella di farsi proteggere da una potenza analoga oppure di costruirsi il proprio ordigno. La fine di Gheddafi e di Saddam Hussein, attaccati e distrutti proprio perché non possedevano le armi nucleari e non facevano parte di alcuna Nato alternativa, continua ad ammonire tutti i governanti della regione. Ma l’Europa potrebbe stoppare la corsa verso l’abisso decidendo di rendere effettivo l’impegno contratto con l’Iran nel 2015. Basterebbe creare un fondo speciale per il finanziamento degli investimenti in Iran dotato di capitalizzazione e procedure adeguate, sulla scia di quanto abbozzato dall’Italia nel 2017, per rassicurare gli iraniani sulla volontà di rispettare l’accordo, dimostrare di non aver timore degli Stati Uniti e riprendere il processo di pacificazione commerciale e politica interrotto da Trump. Può sembrare troppo riduttivo, ma è così. Riarmo atomico e pace globale si trovano a essere appesi a una decisione di secondo ordine, perfettamente fattibile, da parte di soggetti su cui noi tutti dovremmo esercitare qualche influenza.
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Il Fatto Quotidiano, 4 Gennaio 2020
Stupido è chi, secondo i manuali sul tema, procura danno a se stesso oltre che agli altri. E ultra-stupido è ciò che hanno fatto gli Stati Uniti assassinando il generale Soleimani. La mossa è autolesionista non tanto perché potrebbe costare a Trump la rielezione. Ma soprattutto perché si tratta di un’azione profondamente anti-americana, in grado di accelerare di vari anni, invece di ritardare, la fase terminale del dominio Usa sul mondo. Non facciamoci ingannare dall’apparente moderazione della reazione immediata dell’Iran all’assassinio di un eroe nazionale, estremamente popolare, secondo solo al padre della patria Khomeini. Il ministro degli Esteri Zarif ha definito un atto di terrorismo internazionale quello che è a tutti gli effetti un atto di guerra, e il leader supremo Khamenei si è limitato a maledire e minacciare una generica vendetta. La scelta dell’Iran sembra essere quella di non rispondere colpo su colpo ma con una strategia calibrata, capace di sfruttare al massimo le ripercussioni interne e internazionali dell’evento sciagurato.
L’effetto interno più rilevante della bravata trumpiana sarà, in Iran, non un cambio ma un rafforzamento di regime. Ciò comporterà la fine della componente progressista, democratica e filo-europea della politica iraniana affermatasi nelle ultime elezioni. I seguaci del presidente riformista degli anni 90, Kathami, già in difficoltà, verranno definitivamente soverchiati dal blocco ultra-conservatore e nazionalista che ruota intorno alle forze armate, i pasdaran e gli ayatollah. Non ci sarà bisogno di alcun colpo di Stato, perché popolo ed élite dell’Iran seguiranno come un sol uomo chi prometterà loro di vendicare con la violenza il colpo al cuore appena ricevuto.
C’è bisogno a questo punto di ricordare che la conseguenza più certa della sconsideratezza americana sarà lo sgombero di ciò che resta del patto nucleare del 2015? Quel patto, ricordate, firmato da Obama e poi stracciato da Trump, ma mantenuto dagli altri contraenti, che posponeva di dieci anni la possibilità che l’Iran si dotasse dell’arma atomica? Il trattato stabiliva che l’Iran si sarebbe astenuto dal dotarsi della tecnologia nucleare bellica in cambio del suo reintegro nell’economia internazionale tramite la ripresa degli scambi e degli investimenti con i Paesi Ue, e in primo luogo con l’Italia. Un canale di amicizia e di cooperazione tra Iran ed Europa che si chiuderà presto.
Dopo Soleimani, l’Iran seppellirà ciò che rimane di quell’accordo e si incamminerà molto probabilmente anche sulla strada dell’uscita dal Tnp, il Trattato di non proliferazione del 1970. Uscita che spingerà tutti i Paesi della regione a fare altrettanto. Distruggendo il tabù nucleare che regge la pace mondiale da 70 anni e riempiendo il Medioriente di bombe atomiche. Ci sono poi da valutare i danni della reintroduzione dell’assassinio politico palese, e al massimo livello, come strumento accettabile delle relazioni internazionali, anche di quelle ostili. Per adesso, sono solo gli Usa ad avere avanzato la candidatura a suprema autorità immorale in questo campo, ma cosa potrà impedire ad altri, dopo ciò che è accaduto, di seguirne il luminoso esempio? Cosa saranno autorizzati a fare i “cattivi” al vertice delle potenze cattive, limitatisi finora a praticare l’eliminazione fisica dei nemici nei ranghi medio-bassi e in modo coperto? Lo scarso entusiasmo di Netanyahu alla notizia dell’uccisione di Soleimani forse può significare qualcosa in merito.
L’unica nota debolmente positiva del dopo Soleimani è che entrambe le parti sembrano propendere verso uno scontro di tipo ibrido invece che verso una guerra convenzionale o nucleare. La guerra atomica è da escludere perché l’Iran non ha la bomba, per il momento, e non è legato da alcun trattato di difesa con una potenza nucleare. La guerra convenzionale non è probabile perché sia gli Stati Uniti che l’Iran ne hanno ripetutamente scartato la possibilità. E le guerre non scoppiano per caso. Occorre che almeno una delle due parti persegua fervidamente l’opzione armata. Il Pentagono, in particolare, non vuole una nuova guerra perché sa di correre un alto rischio di perderla, al pari di tutte quelle che ha fatto dopo la Seconda guerra mondiale. Ma una guerra ibrida ad alta intensità come quella appena iniziata può essere altrettanto disastrosa di un confronto con navi e cannoni. Sanzioni estreme, blocchi marittimi e finanziari, terrorismo di Stato e bombardamenti incapacitanti di infrastrutture cruciali per la vita associata sono purtroppo da mettere in conto. Assieme a un nuovo choc petrolifero e conseguente recessione mondiale. La palla, purtroppo, è quasi solo nel campo americano, dato l’obbligo per l’Iran di usare tutti i mezzi al di qua della guerra aperta, e data la prevedibile risposta inconcludente dell’Europa e del resto del mondo.
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Il Fatto Quotidiano, 17 Dicembre 2019
Le Nazioni Unite avrebbero riattivato una grande fabbrica di cotone ferma da qualche anno per mancanza di elettricità e i talebani avrebbero proibito la coltivazione del papavero
La guerra in Afghanistan è stata un fallimento a tutto campo: militare, politico, umanitario e finanziario. Ma si ostina a non terminare nell’unico modo in cui può cessare: un accordo di pace che apra la strada alla ricostruzione del Paese più tormentato della terra. È in corso a Doha una trattativa tra il governo americano e i Talebani che dovrebbe portare al ritiro delle truppe di occupazione in cambio della rinuncia al sostegno del terrorismo nel quadro di un governo di unità nazionale che indichi elezioni democratiche e stabilizzi il Paese. Tutto qui. Nessun accenno ad altre questioni, tra cui la produzione dell’ oppio.
È la quinta o la sesta volta in diciannove anni che ci si siede a un tavolo di negoziato sull’Afghanistan. Le trattative precedenti sono fallite a causa dell’incapacità americana di accettare la sconfitta e di lasciare liberi gli afghani di decidere il proprio destino. Ma a ogni tornata, la forza negoziale dei Talebani è cresciuta e ora siamo al punto che agli Stati Uniti non resta che la richiesta di salvare la faccia, andandosene dal Paese senza una contropartita significativa, perché i Talebani poco o nulla hanno a che fare con il terrorismo internazionale.
Ben diverse erano le condizioni poste dalle Nazioni Unite per una rinuncia dei Talebani alle violazioni dei diritti umani e un loro rientro nella legalità internazionale già nel 1997, data della mia prima missione in Afghanistan come Vicesegretario Generale e Direttore del Programma antidroga dell’Onu. Gli studenti del Corano erano un movimento di ultra-moralizzatori islamici, nato dalle viscere profonde di un paese semidistrutto da decenni di violenza e di caos. Controllavano l’ 80% del territorio e tassavano le coltivazioni di oppio facendo finta che l’Islam le consentisse. Sotto di loro, l’Afghanistan era balzato al primo posto nella lista dei fornitori mondiali, alimentando quasi l’intero mercato europeo dell’eroina. Perché non provare a chiudere il rubinetto all’origine, dove con poche decine di milioni di euro da destinare alla riconversione delle miserabili economie locali si poteva disseccare il fiume dei 20 miliardi di fatturato criminale generato dal mezzo milione di consumatori europei? Kofi Annan mi autorizzò, prefigurando una trattativa sulla droga e sui diritti delle donne che sarebbe sfociata nel percorso verso un governo semi-decente, da far riconoscere alla comunità internazionale.
Lo zar antidroga di Clinton, un generale digiuno di politica, appoggiò l’iniziativa senza riserve, dato il momentaneo vuoto delle politiche americane nella regione. Solo il governo britannico si oppose, in nome di un patetico “diritto di zona di influenza” sull’Afghanistan – un paese dove gli inglesi, come feci notare all’ambasciatore di sua Maestà la Regina, avevano perso tre guerre. Feci confezionare una proposta di eliminazione totale delle coltivazioni illecite in 10 anni tramite sviluppo alternativo: il prezzo dell’oppio pagato allora ai coltivatori afghani era così irrisorio che l’importo totale era di soli 250 milioni di dollari. E non fu difficile perciò ottenere impegni di sostegno finanziario dai donatori del Programma.
Arrivai a Kandahar, la capitale talebana, nel novembre 1997 preceduto dalla BBC di lingua pashtun che aveva anticipato la mia proposta. Mi trovai di fronte il primo ministro talebano, Rabbani, che mi disse subito di accettare i contenuti del negoziato ma di dissentire sulla tempistica: perché volevo aspettare 10 anni quando – a fronte di un pagamento di 250 milioni di dollari – loro erano in grado di azzerare subito, nell’arco di un solo anno, l’intera produzione del papavero? Superato il brivido iniziale, gli spiegai che non viaggiavo con i forzieri di Alì Babà al mio seguito, e che la pessima reputazione internazionale che si erano creati con il loro modo di trattare le donne mi avrebbe precluso qualsiasi finanziamento. Se volevano l’ aiuto estero, dovevano dimostrare di cambiare. Arrivammo a un compromesso secondo il quale si sarebbe fatto un esperimento di cooperazione nella zona di Kandahar: l’Onu avrebbe riattivato una grande fabbrica di cotone ferma da qualche anno per mancanza di energia elettrica, e il governo locale avrebbe proibito la coltivazione del papavero in tutto il distretto offrendo ai contadini soluzioni alternative, tra cui l’ impiego nella fabbrica stessa. Dove avrebbero lavorato tutte le donne che era necessario impiegare. Nel frattempo, il governo centrale avrebbe cominciato a dismettere le vessazioni più odiose contro le donne e fatto rispettare la proibizione di coltivare il papavero, appena definito come pianta “intossicante” dai teologi islamici da noi consultati (e finanziati).
L’accordo locale non funzionò perché un investitore straniero residente sul posto fiutò l’affare della fabbrica e l’acquistò escludendoci dalla scena. Lasciammo perdere la cosa, non perché l’investitore si chiamasse Bin Laden, ma perché si erano aperte altre prospettive di negoziato, su cui il governo di Kabul mostrava una certa flessibilità. Ma i tempi cambiarono nel 1999-2000. Gli Stati Uniti decisero di porre fine al loro flirt con gli eredi dei mujaheddin, e con il consenso dei russi promossero due tornate di sanzioni anti-talebani del Consiglio di Sicurezza. Noi del segretariato Onu non ci opponemmo perché volevamo aumentare la pressione sui Talebani ed eravamo irritati con loro perché avevano scoperto la geopolitica ed avevano iniziato qualche giochetto con i Paesi confinanti per sottrarsi alle nostre determinazioni. La svolta arrivò nel’ estate del 2001. Messi all’angolo dall’Onu e anche dai Paesi amici, i Talebani decisero, su nostra spinta, di far valere il divieto di coltivazione del papavero in ogni angolo dell’Afghanistan sotto il loro controllo. Nella sorpresa generale, l’interdizione funzionò: la superficie coltivata a papavero passò da 74mila ettari nel 2000 a zero nel 2001: era così dimostrato che è possibile azzerare la produzione di droga. Nel mese di agosto fui contattato dal nuovo capo talebano: avevano bisogno urgente di almeno 50 milioni di dollari per consolidare lo storico risultato.
Gli feci presente che era troppo tardi. Stavo per lasciare l’Onu perché con l’arrivo di Bush e Berlusconi in quell’anno avevo perso il sostegno politico necessario per ottenere un secondo mandato. E loro erano ormai nel mirino dell’America incattivita dei neocon. Due mesi dopo, infatti, la vendetta post 11 Settembre, invece di colpire la matrice saudita degli attentati, si rovesciò proprio su di loro, i Talebani, l’anello debole del radicalismo islamico. Come poi abbiano fatto i Talebani a risorgere più forti di prima nei decenni successivi, è cosa che solo le politiche americane in Afghanistan possono spiegare.
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Il Fatto Quotidiano, 28 Novembre 2019
Circa 30 anni fa, in Italia, è iniziato lo spettacolare declino della criminalità violenta e il simmetrico incremento della sicurezza individuale. I tassi di omicidio, cioè l’indicatore più attendibile del livello complessivo dei reati, si sono ridotti dell’83% dal 1991 al 2018: da 1916 a 331 casi all’anno. Sono 0,55 morti per 100 mila abitanti. Un tasso tra i più bassi del mondo. Reati gravissimi come i sequestri di persona sono scomparsi da oltre un decennio, e tutto il resto della delinquenza privata, dai furti (-40%) alle rapine (-53%), è anch’esso fortemente diminuito. La violenza mafiosa è crollata a un punto tale da configurare una svolta di proporzioni storiche: 856 omicidi di mafia nel 1988-92 contro 15 nel 2013-17. Come se non bastasse, la débâcle criminale è avvenuta in contemporanea a una colossale ondata migratoria che ha scosso dalle fondamenta la società italiana. I reati gravi hanno cominciato a diminuire proprio mentre la popolazione nata all’estero iniziava una crescita di quasi venti volte.
Secondo le teorie sociologiche correnti, questo esercito di giovani maschi, candidati naturali al disadattamento e alla protesta violenta, avrebbe dovuto far impennare tutti gli indici della delinquenza. Queste teorie si basano su quanto è in effetti accaduto negli Stati Uniti tra l’Ottocento e il Novecento quando il crimine organizzato era un valido strumento di ascesa sociale per generazioni di giovani immigrati che si trovavano sbarrate le strade normali di avanzamento. Questo processo si è però interrotto negli anni Novanta del secolo scorso. Gli Usa hanno sperimentato un’“invasione” di immigrati del tutto simile a quello dell’Italia e dell’Europa, e anche lì la criminalità violenta è scesa invece di aumentare. È una semplice coincidenza?
I sociologi americani hanno affrontato il tema e trovato una risposta radicalmente controcorrente: la recente immigrazione ha attivamente contribuito alla flessione della criminalità. Secondo i ricercatori di Harvard, la variabile cruciale è il profilo socioculturale dei nuovi migranti: si tratta di gente “mite”, che proviene da ambienti dominati da valori familistici, comunitari, osservanti delle leggi. Chi proviene da questi luoghi non prende in considerazione l’illegalità e il mercato criminale come mezzi per farsi strada nella giungla della società di arrivo. Gli studi di Harvard sono stati confermati da varie altre indagini universitarie. Non abbiamo ricerche equivalenti in Italia. Ma ci sono elementi molto evidenti da considerare, il primo dei quali è simile alla variabile individuata negli Stati Uniti: molto spesso i giovani immigrati in Italia sono vittime delle mafie e delle clientele politiche dei Paesi di origine.
Un secondo fattore è la dispersione territoriale degli immigrati. Non si sono formati da noi quei vasti ghetti di giovani disperati, discriminati e sottoccupati, che popolano le periferie di Londra o Parigi. Gli immigrati in Italia mostrano buoni tassi di occupazione e nutrono, secondo le indagini disponibili, atteggiamenti non ostili verso la società ospite. E tutto ciò ci ha protetto anche dagli attentati terroristici. C’è poi da mettere in campo l’efficienza delle forze dell’ordine italiane che preclude agli stranieri l’accesso alle vette della piramide illegale. Ciò spiega perché i vuoti che le campagne antimafia hanno creato dagli anni 90 in poi nei piani alti della delinquenza non sono stati riempiti da cartelli mafiosi albanesi, rumeni o marocchini ma da gruppi e generazioni di autoctoni.
Quanto detto non è sufficiente a provare un rapporto di causa-effetto tra immigrazione e declino della criminalità. Ma si può tranquillamente affermare, in ogni caso, che l’“invasione” migratoria recente non ha affatto stimolato la violenza criminale, e che esistono indizi, semmai, di una sua possibile, indiretta, influenza deflattiva.
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Il Fatto Quotidiano, 23 Novembre 2019
Bolivia - Il colpo di Stato favorito dagli Usa è potuto riuscire per la scarsa coesione del governo
È appena avvenuto in Bolivia un colpo di stato che ha messo temporaneamente da parte un presidente molto popolare, che lungo 13 anni di governo ha guidato la fuoriuscita del paese dalla marginalità politica e dalla povertà. I resoconti e le analisi correnti evitano di citare la ragione principale del golpe contro Evo Morales: il suo esempio di buongoverno socialista che ha fatto della Bolivia la maggiore storia di successo dell’ America del Sud. Un esempio che doveva essere soppresso ad ogni costo. Da chi? Dal solito 1% che tenta di tirare le fila del pianeta dagli Stati Uniti. Sotto Morales il Pil della Bolivia è quadruplicato, il salario minimo è triplicato, la povertà ridotta a meno del 16%, l’analfabetismo eliminato, l’inflazione e il tasso di cambio sono rimasti stabili, e la maggioranza della popolazione india – i due terzi di quella totale – ha avuto accesso per la prima volta in 500 anni a istruzione, sanità, pensioni, e protezione sociale a largo raggio.
Tutto questo durante il boom dei prezzi delle materie prime durato fino al 2014, ed anche dopo, perché il governo boliviano, a differenza degli altri esecutivi del continente, è riuscito a sconfiggere la “maledizione delle materie prime” (il petrolio del Venezuela, il rame del Cile, il litio della stessa Bolivia..) nazionalizzando le industrie di base e convogliando massicci investimenti al di fuori del settore minerario e degli idrocarburi. Ne è risultata un’economia a guida statale, diversificata, robusta e ad alta crescita. Un modello “socialista” avanzato che non poteva essere più tollerato dal risvolto violento del capitalismo neoliberal. Se la Bolivia di Morales era così forte, viene allora da chiedersi, perché è caduta così rapidamente sotto l’ urto della minaccia militare, delle manifestazioni di piazza e del diniego di legittimazione da parte degli Usa. Perché ciò che non ha funzionato in Venezuela ha avuto successo in Bolivia?
La risposta sta in due differenze cruciali, che corrispondono ad altrettanti limiti del modello socialista boliviano. Morales ha creduto, in primo luogo, che i benefici delle sue politiche sociali parlassero da soli, assicurandogli un primato elettorale permanente presso la grande maggioranza dei cittadini, senza tenere nel dovuto conto la necessità di strutturare e radicare in profondità i suoi consensi. Il suo partito, il Mas, è rimasto un arcipelago rissoso e composito di fazioni, abituate a scendere in piazza al minimo segno di disagio anche contro il proprio stesso governo. Nulla di paragonabile alla mobilitazione capillare e all’autogestione ben organizzata di risorse comuni (dai beni alimentari all’educazione musicale) dei colectivos venezuelani, capaci di far scendere in piazza in poche ore centinaia di migliaia di persone a sostegno di Maduro.
In secondo luogo, il governo Morales non ha curato una riforma della polizia e delle forze armate abbastanza profonda da democratizzarle e renderle parte del progetto socialista. Cultura, addestramento e tattiche di intervento di soldati e ufficiali sono rimasti quelli dei tempi bui delle dittature e dei governi corrotti del passato. Ho conosciuto Morales durante il mio mandato Onu, alla fine degli anni Novanta, quando l’establishment politico e militare lo riteneva un pericoloso capo dei cocaleros di Cochabamba. Diventato presidente ha preferito glissare in tema di organizzazione della sicurezza nazionale. La nuova costituzione boliviana del 2009 non dice nulla sul tema e nel momento più cruciale questa omissione è costata molto cara. Nulla di simile alla situazione venezuelana, dove esercito e polizia sono immersi nella popolazione chavista e sono un architrave del sostegno a Maduro. Non è facile trasformare entità di questo tipo in una forza golpista e antipopolare in un paese la cui costituzione proibisce alla guardia nazionale di detenere armi da fuoco in servizi di ordine pubblico. Divieto fatto osservare talvolta fino all’ assurdo.
Detto questo, cosa può succedere adesso? È evidente che, per quanto poco strutturata, la base di consenso a Morales non svanirà tanto facilmente. Anzi, è probabile che la durezza della repressione golpista, i tentativi di smantellare le protezioni sociali dell’era Morales e la crisi economica conseguente contribuiranno tutti ad una sua possibile nuova vittoria alle elezioni di gennaio 2020. Ma vedremo davvero queste elezioni? La risposta sta più a Washington che a La Paz.
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Avanti online, 15 Novembre 2019
Le continue crisi del capitalismo occidentale hanno compromesso la prosperità e il benessere dei cittadini, aumentato le disuguaglianze, ridotto la crescita, abbassato i salari e “generato una crisi di aspettative e di fiducia nel futuro che ha capovolto l’ottimismo dei decenni passati”. Il capitalismo, a parere di Pino Arlacchi, configura oggi la “più grande minaccia alla sicurezza e al benessere di tutti noi”; è questa la tesi che Arlacchi sostiene nel suo libro recente, “I padroni della finanza mondiale. Lo strapotere che ci minaccia e i contromovimenti che lo combattono”.
Non si tratta di una minaccia militare, ma non per questo meno reale, considerando che il capitalismo finanziario, dilagante in gran parte del pianeta, e sorretto dall’ideologia neoliberista, produce effetti devastanti sulla capacità di coesione sociale dei Paesi nei quali esso si manifesta. Coloro che causano tali effetti formano una “cerchia” ristretta di potere che domina la scena economica degli Stati Uniti e dell’Europa, determinandone l’orientamento in fatto di politica economica e di relazioni internazionali.
Tuttavia, per Arlacchi, non si tratta di una “cerchia” onnipotente, in quanto il succedersi continuo di crisi finanziarie ne ridimensiona periodicamente la forza e ne devasta le risorse, alimentando un contropotere col quale il mondo cerca di proteggersi dall’aggressività del capitale finanziario. Come sarà messo in evidenza, seguendo la narrazione di Arlacchi (condotta non senza forzature pregiudiziali di natura ideologica), l’aggressività ha avuto l’effetto di favorire lo sviluppo in parallelo di “un’intera sezione dell’economia e del sistema internazionale” estranea e potenzialmente alternativa al sistema di potere della “piovra finanziaria”.
A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, “il capitalismo finanziario e l’ideologia neoliberista sua associata – osserva Arlacchi – sono divenuti i motori più potenti dell’insicurezza umana”; la propaganda neoliberale è riuscita a giustificare l’aggressività del capitale finanziario attraverso l’instaurazione di un “pensiero unico, basato sulla consacrazione feticista del mercato e del mercato finanziario come parte essenziale di esso”. L’inganno do questo “pensiero unico” è consistito nel fare accettare l’idea che non sia possibile risolvere i problemi creati dall’aggressività del capitale finanziario se non contando sulle capacità salvifiche dell’”intervento dei mercati”, ai quali, appunto, si deve l’insorgere di quei problemi.
Chi sono – si chiede Arlacchi – i componenti della “cerchia” di potere che gestisce il capitale finanziario? Sono i “Benksters” di Wall Street e della City di Londra, cioè i capi delle sette-otto maggiori banche d’affari americane ed europee, ricadenti sotto “la definizione rassicurante di ‘investitori istituzionali’: gestori dei fondi pensione e di investimento che tutto sono tranne che tutori delle istituzioni, e dei fondi che gli ignari risparmiatori affidano nelle loro mani”. Sono essi i “manovratori” degli spread e dei prestiti ai governi nazionali, “i ‘figli di Troika’ del FMI, della Commissione europea e della BCE” che, dopo lo scoppio della Grande recessione, “hanno massacrato la Grecia e l’Irlanda, messo in difficoltà la Spagna, l’Italia e il Portogallo, degradato il Regno Unito e fatto traballare nel 2010-2012 la stessa Unione Europea”.
La vicenda del capitale finanziario inizia ben prima degli anni Settanta del secolo scorso, per segnare un ciclo che dura tuttora; il suo punto di partenza risale alla Conferenza di Bretton Woods, che nel 1944 ha fissato l’insieme delle regole adottate, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, per il governo delle relazioni commerciali e finanziarie internazionali dei principali Paesi industrializzati del mondo occidentale. Per capirne le implicazioni, occorre tener presente che le determinazioni assunte in occasione di tale Conferenza sono state in realtà il risultato della scelta tra i due progetti elaborati, per conto dei rispettivi governi, da due grandi protagonisti del lavori, sebbene i loro nomi non abbiano avuto la menzione che avrebbero meritato: l’inglese John Maynard Keynes, da un lato, e il sottosegretario al Tesoro USA, Harry Dextter White, dall’altro.
Il progetto di Keynes delineava un “sistema di compensazione multilaterale”, basato sulla creazione di una moneta universale, il “Bancor” (definito in termini di oro e concepito strumento di pagamento dei debiti internazionali), volto ad impedire il crearsi degli squilibri finanziari che, secondo il grande economista inglese, erano tra i motivi principali del conflitto. L’adozione di questa valuta avrebbe evitato la creazione di debiti e crediti tra gli Stati: la quantità di valuta derivante dalle vendite di un Paese non doveva essere accumulata, bensì spesa per l’acquisto di merci in altri Stati. Il “Bancor” sarebbe stato.
Alla proposta britannica, gli Stati Uniti hanno contrapposto un loro progetto di riforma del sistema monetario internazionale; secondo White, i problemi da fronteggiare, una volta terminato il conflitto mondiale, sarebbero stati quelli di prevenire il collasso del sistema del credito e dei cambi esteri, assicurare la restaurazione del commercio internazionale e far fronte all’enorme bisogno di capitali per la ripresa economica mondiale. A tal fine, il sottosegretario statunitense riteneva vitale una collaborazione internazionale, in campo monetario e bancario, garantita da due istituzioni: il “Fondo Monetario Internazionale” e la “Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo”. La prima avrebbe fornito gli strumenti necessari alla stabilizzazione dei tassi di cambio e rafforzato il sistema monetario internazionale; la seconda sarebbe stata invece dotata dei mezzi e del potere necessari per favorire la ricostruzione economica, facilitare la transizione da un’economia di guerra a una di pace e stimolare il commercio e la crescita della produttività internazionale. La necessità primaria per White era quindi quella di creare un “fondo monetario” alimentato dai conferimenti di ciascuno Stato membro, da utilizzare per consentire agli Stati in deficit di affrontare le loro obbligazioni internazionali. Una parte considerevole del conferimento di ogni Stato andava versata in oro; era prevista anche la creazione di una valuta internazionale, l’”Unitas”, con la quale sarebbero stato espressi i conti dei singoli Stati all’interno del Fondo. In questo modo, l’oro, secondo il progetto White, avrebbe assunto la funzione di “strumento unico di riserva internazionale”.
Entrambi i progetti sfioravano l’utopia; ma quello del governo americano, forte del prestigio che gli USA avevano acquisito concorrendo a sconfiggere il nazismo e dell’esperienza del New Deal (che era valso a sperimentare in anticipo le tesi keynesiane per il superamento degli effetti della Grande Depressione del 1929-1932), è riuscito a prevalere. Con esso, a parere di Arlacchi, Roosevelt voleva affermare la possibilità di inaugurare una forma di governo mondiale con un duplice scopo: da un lato, garantire sicurezza per tutti gli Stati, che sarebbe valsa a proteggere “il genere umano non solo dagli esiti dalle guerre, ma anche da quelli del collasso finanziario che le aveva generate”; dall’altro, chiarire che “l’architrave della sicurezza, nel nuovo ordine mondiale, sarebbe stato sì il potere dell’America, ma esso sarebbe stato esercitato attraverso un’istituzione internazionale [l’ONU] e con il consenso di tutti i Paesi della terra, grandi e piccoli, posti formalmente sullo stesso piano”.
Il progetto rooseveltiano, però, non è stato attuato secondo gli intenti originari; dopo la morte del Presidente americano, prima ancora che la guerra finisse, c’è stato l’avvento al potere di Harry Truman, il quale ha ridimensionato, senza cancellarlo, il progetto originario, soprattutto per i “venti di Guerra fredda” che, afferma Arlacchi, sono iniziati a spirare tra Washington e Mosca. La realizzazione dell’utopia rooseveltiana si è concretizzata in un nuovo ordine internazionale, sotto il quale l’Occidente è vissuto sino ai nostri giorni, generando ed attuando quelle politiche che hanno condotto il capitalismo occidentale a coinvolgere, dopo il 1945, in un’area economica internazionale di libero scambio, l’insieme dei Paesi ad economia di mercato e retti da regimi democratici, legati tra loro da vincoli militari, politici ed economici sempre più solidi.
Il progetto rooseveltiano, attraverso gli accordi di Bretton Woods, si è così tradotto in un assetto di governo dei mercati finanziari fondato sull’egemonia del dollaro, un assetto che ha consentito, nei trent’anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, di creare le condizioni di stabilità finanziaria che hanno assicurato nei Paesi che facevano parte del nuovo ordine internazionale di realizzare “la crescita economica più intensa, prolungata ed equilibrata della storia occidentale.
La presunzione della superpotenza americana di poter governare la liquidità mondiale, rifiutando a Bretton Woods la proposta di Keynes (cioè del rappresentante di un Paese e di un Occidente fortemente indebitati verso gli USA) che venisse creata una “stanza di compensazione” degli attivi e dei passivi della bilancia internazionale di parte corrente, ha manifestato i suoi limiti negli anni Settanta, non a causa della subordinazione della finanza alle esigenze di stabilità in funzione dello crescita economica, ma a causa del “gold dollar standard”, deciso alla Conferenza del 1944.
Il cedimento della potenza del dollaro è stata infatti determinato dal fatto che la crescente liquidità internazionale espressa in valuta statunitense aveva raggiunto, alla fine degli anni Sessanta, un punto oltre il quale l’ammontare del debito degli USA verso le altre banche centrali occidentali avrebbe oltrepassato il valore delle riserve auree detenute dal Tesoro americano. La fine dell’ancoraggio del dollaro all’oro ha comportato anche quella degli accordi di Bretton Woods; per cui, afferma Arlacchi, “i profitti generati dalla speculazione finanziaria ritornavano nell’area della liceità e potevano espandersi senza ostacoli”.
Con la fine dell’ancoraggio del dollaro all’oro si è diffuso il convincimento che la supremazia della valuta americana fosse terminata; ciò non è stato, perché – a parere di Arlacchi – sono mancate “alternative praticabili al predominio della moneta dello Zio Sam”. Esisterebbe ora, però, la possibilità di uscire dal dominio del dollaro, raccogliendo l’opportunità, offerta dal crescente potere economico “cinese/Est asiatico”, di disegnare un sistema di relazioni internazionali alternativo a quello sinora imposto dalla superpotenza americana, in considerazione del fatto che l’egemonia sino-asiatica sarebbe molto diversa da quella che ha caratterizzato l’Occidente negli ultimi cinquecento anni.
La Cina, secondo Arlacchi, si contraddistinguerebbe “per una cultura politica millenaria che diverge da quella occidentale ed è quasi diametralmente opposta a quella americana”. Al centro della diversità ci sarebbe “il non espansionismo territoriale, la svalutazione dello strumento militare e della guerra e il governo dei mercati da parte dell’autorità pubblica”. A questo retroterra culturale si ispirerebbe la moderna strategia di sicurezza della Cina, che non sarebbe né militarista né espansionista, bensì “centrata sulla cooperazione regionale e sulla regia statale dei processi di sviluppo economico e di integrazione sociale interna”.
I fattori che sono alla base del miracolo economico della Cina e dell’Asia intera – sostiene Arlacchi – formano un modello cui è stato dato il nome di “developmental State. Esso si fonda “sulla centralità dello Stato come regista a tutto campo dello sviluppo”; non si tratta di uno “Stato keynesiano”, che interviene a curare il fallimento del libero mercato, ma di un’”istituzione che guida direttamente i mercati e si sostituisce ad essi nell’offerta di lavoro, beni e capitali”. L’affermazione del “developmental State”, sempre secondo Arlacchi, non sarebbe avvenuto in contrapposizione al “modello dell’economia socialista”, bensì in “piena sintonia con esso”. Ciò varrebbe a rendere “improprio parlare dell’intero sistema socioeconomico della Cina come di un sistema capitalistico”, in quanto lo Stato, non essendo subordinato ad alcun interesse di classe e regolando direttamente il mercato, ha fatto del sistema economico cinese una vera economia sociale di mercato. Proprio per queste sue caratteristiche, il modello socioeconomico cinese si è affermato, non solo in Cina, ma si è propagato anche in india e nell’Asia dell’Est e si sta affermando in Paesi come il Brasile e la Russia.
Allora, cosa potrà accadere – si chiede Arlacchi – nel futuro più prossimo? La risposta è che “l’autunno finanziario dell’Occidente non avrà altra scelta che adattarsi all’ascesa del nuovo ciclo centrato sulla Cina e sull’Asia dell’Est”; l’ipotesi più sensata, conclude Arlacchi, è che l’Occidente, con in testa gli USA, accettino gradualmente “la presenza non più passiva del mondo extraeuropeo nelle istituzioni della governance globale”, ponendo così fine allo strapotere dei mercati finanziari occidentali che hanno sinora costituito una minaccia incontrollabile al benessere esistenziale dell’umanità.
Che dire dell’auspicio di Arlacchi? La necessità che l’attività speculativa dei mercati finanziari sia “addomesticata” non può essere oggetto di discussione; lo è invece l’idea che tale “addomesticamento” possa essere realizzato attraverso un “developmental State. Di tale forma di Stato, l’Occidente (l’Europa soprattutto) ha già sperimentato gli esiti negativi. La sua rinnovata adozione per combattere l’irrazionalità dei mercati finanziari significherebbe sostituire la “cerchia” che attualmente li controlla e li gestisce con una “cerchia” autoreferenziale degli Xi Jinping, dei Putin e dei Modi di turno, le cui decisioni, prese fuori da ogni forma di controllo democratico, all’interno del “developmental State” non sono meno minacciose, per l’intera umanità, di quelle assunte dai componenti la “cerchia” che controlla i liberi mercati finanziari. Fuori dalle istituzioni democratiche, il “developmental State” sa solo evocare “Mostri” capaci di suscitare un’insicurezza esistenziale ben peggiore dell’instabilità socioeconomica creata dall’attività speculativa del mercati finanziari.
Gianfranco Sabattini
http://www.avantionline.it/arlacchi-e-gli-esiti-negativi-della-finanziarizzazione-del-capitale/
Il Fatto Quotidiano, 29 Ottobre 2019
Una lite tra spacciatori di droga avvenuta a Roma e degenerata in omicidio aveva fatto partire in quarta, pochi giorni fa, l’isteria mediatica nazionale, finché il capo della Polizia e le indagini hanno fortunosamente stoppato l’inizio di un nuovo assist a Salvini.
L’episodio è però servito a Roberto Saviano e ai soliti radicali per rilanciare l’idea, ormai cinquantennale, che legalizzando le droghe leggere si risolverebbero in un sol colpo tre problemi: quello delle mafie, private della loro maggiore fonte di profitto, quello della violenza generata dallo spaccio e quello del consumo degli stupefacenti i quali, diventati leciti, perderebbero l’appeal del proibito. Questa idea è una proposta simil-intelligente perché si presenta bene, come un lineare ragionamento neoliberal, per poi soccombere di fronte ai fatti. E di fronte alle date, poiché riflette una situazione del mercato delle droghe che non esiste più, in Italia e nel mondo, da circa un quarto di secolo. È dalla metà degli anni 90, infatti, che l’azione antimafia italiana e mondiale ha determinato l’inizio del declino del business della droga e la fine degli oligopoli criminali che accumulavano grandi fortune. Ed è da prima di quella data che l’espansione del numero dei consumatori nei mercati più ricchi (Europa e Usa), soprattutto per le droghe pesanti, si è anch’essa esaurita. Ne è derivata una caduta verticale dei prezzi che ha ridotto del 70-80 per cento fatturato e profitti della droga: un chilo di eroina da strada costava 196 euro nel 1990, 56 nel 2006 e 50 oggi. E lo stesso vale, più o meno, per la coca.
All’epoca del mio primo viaggio negli Usa con Giovanni Falcone, nel 1982, un chilo di eroina venduta all’ingrosso da Cosa Nostra nel mercato di New York valeva l’equivalente odierno di 530 mila euro. Abbastanza da far arricchire l’establishment mafioso di Palermo. Quel chilo di eroina oggi costa tra i 15 e i 20 mila euro. Contemporaneamente, è partita in quegli anni la grande offensiva antimafia che ha finito col mettere fuori gioco – in Italia, nelle Americhe e nel Sud-est asiatico – tutti i maggiori cartelli della droga. Un onda lunga che è culminata nella Convenzione di Palermo del 2000 contro le mafie mondiali: il sogno di Falcone che mi onoro di avere realizzato come direttore del Programma antidroga dell’Onu. Di conseguenza, i rischi del traffico sono diventati proibitivi: gli archivi antidroga sono oggi gli unici davvero globali, i sequestri mondiali tolgono dal mercato i due terzi della coca prodotta e il 50 per cento dell’eroina.
La risposta della criminalità è stata duplice: da un lato si è ristrutturata in centinaia di piccoli cartelli, meno vulnerabili alle indagini, e ha molto ridotto l’uso della violenza. Dall’altro, ha aperto nuovi campi, meno redditizi ma a basso rischio, quali la contraffazione, le truffe informatiche, il contrabbando di risorse naturali e di specie protette, assieme alla ri-valorizzazione, nel caso italiano, del rapporto con la politica e la spesa pubblica corrotta delle amministrazioni, nonché delle estorsioni e dei monopoli dei mercati legali territoriali (la mafia imprenditrice).
A eccezione della ’ndrangheta, ancora attiva nel traffico della cocaina, la grande criminalità italiana ha seguito la parabola globale: i profitti della droga sono oggi meno del 20 per cento del suo fatturato totale, contro l’80 per cento di 40 anni fa. Legalizzazione o liberalizzazione non le darebbero perciò alcun colpo di grazia, ma la spingerebbero ulteriormente verso le attuali fonti di profitto. Cosa succederebbe ai consumi? Se i consumatori potessero disporre di un’offerta legale e controllata non diminuirebbe forse l’obbligo di rifornirsi dalla delinquenza? Certamente sì, se fosse possibile contenere, però, l’immenso incentivo all’aumento del numero dei consumatori. Questa obiezione, dopo ciò che è avvenuto negli Stati Uniti, è insuperabile. Non si disponeva fino a poco tempo fa di alcun esempio di legalizzazione o liberalizzazione su scala nazionale. Finché ci hanno pensato gli Usa a colmare la lacuna realizzando dal 2000 in poi una quasi totale decriminalizzazione della vendita e del consumo degli stupefacenti. Senza dichiararlo, e in stile neoliberal, affidando alle imprese private legali il compito di sostituire l’offerta mafiosa. Le grandi industrie farmaceutiche si sono messe a produrre e vendere una serie di farmaci antidolorifici a base oppiacea decine di volte più potenti dell’eroina in quanto a capacità di assuefazione. Con la complicità dei medici americani, e tramite lobbismo e corruzione, queste droghe legali hanno inondato il mercato facendo esplodere il numero dei tossicodipendenti, passati da meno di 1 a oltre 11 milioni, determinando una ecatombe annuale di morti per overdose, oltre 70 mila nel 2018 (10 volte il dato europeo), prima causa di morte sotto i 50 anni di età. Un minimo di aggiornamento su tutta la materia mi parrebbe quindi indispensabile prima di lanciare, qui da noi, slogan obsoleti.
https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/10/29/droga-legalizzare-e-solo-pericoloso/5537799/
Il Fatto Quotidiano, 28 Settembre 2019
Prodezze della guerra asimmetrica. Un po’ di droni, un po’ di missili e un po’ di imboscate delle milizie Houthi stanno mandando in rovina l’invasione dello Yemen da parte della terza potenza del pianeta, dopo Stati Uniti e Cina, per spesa militare. L’Arabia Saudita spende 68 miliardi di dollari all’anno – l’8,8 per cento del suo Pil, primato mondiale – per armare una forza che da quattro anni non è in grado di prevalere su una congerie di combattenti straccioni, privi di aviazione, carri armati e difese antiaeree.
Le truppe reali combattono con il solido appoggio logistico e di intelligence americano, e tutto ciò che sono riusciti a fare finora è una serie di schifose stragi di civili nonché generare una crisi umanitaria da fame, sete e malattie che si è portata via 80 mila vite e sta facendo indignare il mondo intero. Contemporaneamente, i droni e i missili di qualche giorno fa – il cui lancio è stato rivendicato dagli yemeniti – sono penetrati nello spazio aereo saudita facendosi beffa del sistema di difesa antimissile made in Usa Patriot e hanno distrutto il principale impianto petrolifero del Paese, dimezzandone la capacità produttiva e riducendo del 5 per cento l’offerta mondiale di petrolio.
L’ attacco ha scioccato la monarchia e Washington al punto che non sono stati in grado di articolare una risposta immediata contro i presunti autori, né di fornire una giustificazione decorosa di quanto accaduto. Ma l’insegnamento impartito da questi fatti è apparso subito molto chiaro: il Regno d’Arabia Saudita è incapace sia di attaccare sia di difendersi decentemente perché non è in grado di usare le armi che possiede e che ha acquistato a caro prezzo. E perché non è una vera nazione né uno Stato. È una pompa di benzina postmoderna (tirannia medievale più rendita finanziaria), e vulnerabilissima, che riesce a stare in piedi solo perché paga un enorme costo di protezione agli Stati Uniti, o meglio, all’élite plutocratico-militare di quel Paese.
Gli Usa non hanno più bisogno del petrolio saudita. La tecnologia fracking li ha resi indipendenti dalle importazioni di idrocarburi e ha mandato in soffitta la dottrina Carter secondo la quale gli Stati Uniti avrebbero il diritto di difendere anche con la forza il loro approvvigionamento energetico dal Medioriente. Ma il legame tra la casa di Saud e l’America che conta è rimasto. Si basa sulla fornitura di armamenti e sul riciclaggio della rendita estrattiva tramite Wall Street e petrodollaro, e non va sottovalutato: è stato proprio l’11 settembre 2001 a dimostrarne la forza. 15 dei 19 attentatori erano sauditi, ma gli affari della famiglia Bush con la dinastia dei Saud hanno contribuito a deviare prima contro l’Afghanistan e poi contro l’Iraq la vendetta americana: Dollar First! Il tema è stato riassunto da Trump in campagna elettorale quando ha dichiarato che l’Arabia Saudita non è un alleato, ma spende centinaia di miliardi di dollari in armamenti americani. Perciò “è la nostra vacca da latte, e quando non sarà più capace di produrne, la macelleremo”. Il problema ora è che, invadendo lo Yemen e facendosi fare a pezzi senza reagire metà della sua industria petrolifera la settimana scorsa, la vacca si è macellata da sola. A beneficio di chi? Non certo degli Stati Uniti, che non possono pensare di raddoppiare le vendite di armi a un cliente che ha già raggiunto i propri limiti di esborso. E che, non sapendole usare, deve essere protetto d’ora in poi con un impegno militare diretto.
Il maggiore beneficiario immediato della palese vulnerabilità saudita è senza dubbio l’Iran, che è sia uno Stato che una nazione, nonché la massima potenza regionale da un paio di migliaia di anni. Potenza non aggressiva, che non inizia una guerra da 500 anni e che ha intrapreso da poco un percorso di riavvicinamento all’Occidente interrotto dall’avvento di Trump. L’idea, coltivata dai sauditi negli ultimi decenni, di poter seriamente competere con l’Iran per la supremazia nel Golfo e nella regione, è andata adesso in frantumi. Per di più è evidente che una guerra tra Arabia Saudita e Iran durerebbe poche settimane, e anche l’abbandono dei Patriot e la corsa all’acquisto degli S-300 russi si scontrerebbe con gli stessi ostacoli.
La palla ora è tutta nel campo di Washington. Ma il beneficiario di più lungo periodo della débâcle saudita è la pace internazionale. La guerra tra Usa e Iran era già improbabile perché non favorita né dal Congresso né dal Pentagono né dallo stesso Trump. E neppure, ovviamente, dall’Iran e dagli europei, impegnati a mantenere il Trattato nucleare del 2015. E le guerre non scoppiano per caso. Occorre che almeno una delle due parti sia fortemente decisa a iniziarla. Si è aperto così uno spazio ulteriore per una soluzione non militare dello scontro tra Stati Uniti e Iran. Ed è paradossale che stiamo tutti ad aspettare, a questo punto, l’esito finale del confronto tra l’anima isolazionista e quella bullista di un presidente americano lontano 7mila chilometri dal Medioriente.
https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/09/28/la-fragilita-saudita-aiuta-la-pace/5483660/
Il Fatto Quotidiano, 26 Settembre 2019
Pino Arlacchi sulla pellicola che l’Italia ha candidato agli Oscar: “Mancano ‘inganno’ e ‘morte’ dentro i quali si muovevano le vite dei protagonisti”
Ho conosciuto e frequentato per quasi 15 anni Tommaso Buscetta e la sua famiglia. Ho pubblicato nel 1994 il racconto in prima persona della sua vita, e ho visto il film che Marco Bellocchio gli ha dedicato con un titolo un po’ curioso, Il traditore (ora candidato per l’Italia a entrare nella nomination degli Oscar): titolo che rimane al di sotto sia del personaggio che della storia raccontata. Tommaso Buscetta non è stato un semplice traditore, né un collaboratore di giustizia singolare perché non pentito. Ed è riduttivo presentarlo come un capomafia che si vendica della sua sconfitta facendo colpire dallo Stato i nemici che non può più raggiungere da solo. Buscetta è l’uomo d’onore che ha consentito a Giovanni Falcone e alla giustizia italiana di compiere un’impresa di portata epocale: la distruzione di Cosa Nostra.
La pellicola si concentra sui drammi personali di un personaggio shakespeariano, con la pelle e l’anima bruciate dallo sterminio di figli, fratelli, cognati, nipoti e amici, e dalla degenerazione di un mondo in cui aveva creduto con tutte le sue forze. Un universo di valori e norme – quello di Cosa Nostra – che viene stravolto dai mafiosi corleonesi, i veri “traditori” posseduti dall’auri sacra fames, dal denaro cioè dalla droga e dalla corruzione politica. Va dato merito a Pierfrancesco Favino di avere dato vita a un personaggio indimenticabile, che ricalca in modo sbalorditivo, commovente, il Buscetta che ho conosciuto: un uomo affascinante, a più strati, coerente e contraddittorio, violento e tenero, innamorato della vita e votato alla tragedia, sua personale e, purtroppo, di chiunque gli sia stato vicino. Favino è riuscito a cogliere e rappresentare la dimensione più profonda di Buscetta: il suo essere nello stesso tempo un perfetto mafioso e un uomo che cerca di fuggire dalla mafia, perché la trascende, avendone intuito tutta la sventurata meschinità: “Quanto ero stato sciocco e presuntuoso nel voler fuggire dalla Sicilia e dalla setta fosca che mi aveva imprigionato! Il mafioso è un pesce di scoglio, piccolo, meschino, pratico, che ha bisogno di una tana e di tanti anfratti. Io pretendevo di fare il pesce di acqua blu, che si muove negli oceani e parla con le stelle!” (Addio Cosa Nostra, Chiarelettere).
In questo senso Buscetta ha rappresentato un caso unico, perché la sostanza umana che compone la mafia è davvero misera. Tutti i mafiosi che ho incontrato mi hanno colpito per la loro mediocrità. Mi sono perciò chiesto come fosse stato possibile che un soggetto così squallido come quello che avevo di fronte fosse stato capace di gesta malefiche tanto celebrate. E la migliore definizione che mi riesce di trovare dei mafiosi è: piccoli uomini dentro grandi storie. Ed è proprio la grande storia dentro cui si è svolta l’umana avventura di Buscetta che costituisce la parte più debole della fatica di Bellocchio. Che è comunque un filmone, lontano anni luce dalle Piovre, ma tutta la seconda parte, dall’incontro di Buscetta con Falcone in poi, non è all’altezza dell’estremo gioco di potere, di inganno e di morte dentro il quale i destini di tre uomini si sono irrimediabilmente avvinghiati nell’Italia della fine del secolo passato. Mi riferisco alla coppia Falcone/Buscetta da un lato e a Giulio Andreotti dall’altro. Il finale di partita inizia, evvero, nel 1984 con la decisione di Buscetta di collaborare, e con la svolta di Falcone che rompe il tabù quasi centenario di dar credito a un mafioso che parla con le autorità. E da qui nasce la maggiore opera di Giovanni Falcone: il maxi-processo del 1986-87, cioè il colpo di maglio che ha spezzato la schiena della mafia siciliana. Ma c’è stato di più. Già nel 1985 Buscetta rivela a Falcone il segreto dei segreti: l’identità del massimo protettore e capo di Cosa Nostra, che non era altro che il premier in carica. Rivelazione fatale, messa per iscritto solo dopo Capaci a causa della sua dirompenza, ma traccia fondamentale per Falcone/Borsellino.
Sono stato amico e collaboratore di entrambi. E ho navigato assieme a loro dentro i gelidi canali dell’impunità mafiosa, seguendo la Stella Polare mostrataci da Buscetta: dalle cosche di Palermo ai cugini Salvo, alla Cassazione, al governo, ai servizi di sicurezza, alle logge massoniche delinquenti. Una missione di giustizia tenace, discreta e dolente, condotta dai due grandi italiani fino all’ultimo. Il film dà conto del maxi-processo e dei processi contro Andreotti degli anni successivi, ma la ricostruzione è un po’ troppo televisiva, scialba e confusa. I personaggi dal lato dello Stato, a cominciare da Falcone, sono rigidi e poco espressivi. Il rapporto di Buscetta con il giudice è stato più intenso e vero di quanto venga rappresentato. Se Bellocchio avesse approfondito meglio, sarebbe emersa una profonda stima reciproca e la sconsolata consapevolezza del viaggio senza ritorno intrapreso in nome della legge e, per Buscetta, al di là della vendetta.
Infine, una delle maggiori carenze de Il traditore è il ruolo di Cristina, l’ultima moglie di Buscetta: donna fuori del comune, che da sola avrebbe meritato un film, e senza la quale la vicenda di Buscetta sarebbe terminata presto, o non sarebbe cominciata.
https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/09/26/il-traditore-e-un-buon-film-ma-il-gioco-di-potere-era-altro/5478610/
Il Fatto Quotidiano, 13 Settembre 2019
Il sigillo finale sulla liberalizzazione delle droghe pesanti è stato apposto negli Stati Uniti lungo gli ultimi vent’anni. E quasi nessuno se n’è accorto, un po’ per malafede ideologica e un po’ perché le cose più difficili da vedere sono quelle che si trovano sotto gli occhi di tutti. Che cosa è accaduto di tanto epocale negli Usa?
È successo che l’industria farmaceutica, con la complicità dei medici, dei regolatori governativi e di un Congresso tra i più corrotti dell’Occidente, ha messo in pratica alla lettera, una per una, le principali proposte dei liberalizzatori: la produzione e distribuzione legale di droghe ad alta capacità assuefattiva sotto controllo medico, a prezzi ragionevoli, in risposta a una domanda prima soddisfatta da produttori e venditori criminali. La legislazione vigente, fortemente proibitiva, è stata bypassata d’un colpo etichettando come antidolorifici prodotti oppiacei simili alla morfina e all’eroina. Ma con la fondamentale differenza di una potenza fino a 50-100 volte superiore a quella dell’eroina. Oxycodon e soprattutto Fentanyl stanno all’eroina come questa sta alla birra. Una dozzina di imprese – tra cui colossi multinazionali come Johnson&Johnson, che si rifornisce di oppio dal circuito lecito della produzione di papavero, quello supervisionato dall’Onu – hanno ammassato grandi fortune tramite una serie di aggressive campagne di marketing presso cliniche e medici, nonché corruzione hard e soft presso parlamentari e dirigenti della Federal Drug Administration, l’agenzia che rilascia le licenze di vendita dei farmaci. Campagne e soldi finalizzati a negare o minimizzare l’aspetto assuefattivo ed esaltare l’effetto antidolorifico delle loro micidiali pillole neoliberal. I medici americani hanno inondato i pazienti di prescrizioni fasulle e ridondanti, facendo impennare le vendite degli oppiacei più potenti. E hanno dato impulso, come beffardo effetto collaterale, al vecchio mercato illecito che si trovava in crisi proprio per carenza di domanda. Il risultato di questo capolavoro del capitalismo neoliberale ha oltrepassato le più fosche previsioni dei cosiddetti “proibizionisti”. La domanda di droghe pesanti – legali e illegali – non è semplicemente aumentata, ma è esplosa negli Stati Uniti del nuovo secolo portando il numero dei consumatori regolari da meno di uno a svariati milioni, con l’inevitabile corredo di morti per overdose.
Queste hanno raggiunto oggi la cifra di 70 mila all’anno, e di quasi 500 mila negli ultimi due decenni. Questa tragedia americana miete in un anno molte più vittime di quelle (44 mila) della guerra del Vietnam, durata 14 anni, ed è diventata la prima causa di morte per gli americani sotto i 50 anni di età. Coniugata alla crescita parallela dei suicidi e dell’alcolismo, essa contribuisce pesantemente alla diminuzione delle aspettative di vita del- l’intera popolazione Usa che si verifica da quattro anni a questa parte. Aspettative che aumentano, com’è noto, in quasi tutto il resto del mondo. Qualche lettore a questo punto si sentirà un po’ preso di sorpresa perché privo di informazioni sul tema. Ma può consolarsi col fatto che solo di recente i media americani hanno iniziato a occuparsi dell’epidemia di oppiacei, attirati da qualche morte eccellente di overdose e dalle cifre dei risarcimenti che i tribunali hanno iniziato a infliggere ai campioni di Big Pharma. I quali pagano le multe senza battere quasi ciglio, tanto grandi sono i profitti accumulati e tanto certa è l’indifferenza di governo e Congresso per una tabe che colpisce in prevalenza le classi medio-basse, i reduci di guerra, i poveri e i declassati.
Si tratta, evvero, della maggioranza della popolazione. E si tratta senza dubbio della minaccia n. 1 all’integrità fisica e mentale dei cittadini americani. Ma in una plutocrazia spietata, governata dall’uno per cento di super-ricchi schiavi del culto fanatico del mercato, sono solo i pericoli inventati o gonfiati, e quelli che consentono di fare soldi, che tengono banco nei media e dettano l’agenda dello Stato. Non illudetevi perciò di veder nascere alcun piano speciale antidroga del governo, né di assistere ad alcun tentativo credibile di proibire, controllare o reindirizzare l’industria delle droghe legali. Il dibattito pubblico non si cura delle sue vittime, e i suoi interessi sono troppo vicini al cuore di pietra del capitalismo americano.
https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/09/13/ne-uccide-piu-la-droga-legale-del-vietnam/5450083/
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