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Trattativa Stato-mafia: meriti e limiti della Relazione Pisanu

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l'Unità, 11 gen. 2013

L'analisi di Pino Arlacchi

La relazione Pisanu colpisce nel segno. Decostruisce punto per punto l'ipotesi accusatoria dei pm palermitani sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia provando linesistenza del versante politico della stessa tramite una convincente sfilza di date, fatti e testimonianze.

Il documento si limita a questo. Il suo merito principale è la dimostrazione dell'inverosimiglianza di una connection Scalfaro-Mancino-Conso che tratta un armistizio con Cosa Nostra in cambio del suo abbandono della strategia terroristica culminata con Capaci.

Ma la relazione Pisanu ha anche dei difetti. Il suo limite maggiore è  la mancata ricostruzione del contesto politico di quel terribile biennio '92-'93.

 Mi riferisco al tramonto della Prima Repubblica sotto i colpi di Mani Pulite e dei tracolli elettorali, ed allo scontro frontale tra uno Stato nel quale prevalevano per la prima volta le forze della legalità da un lato, ed una mafia alle corde, priva anch'essa per la prima volta del suo scudo di protezione politica dall'altro.

Se non si tiene conto di questo contesto, non si capisce nulla dei rapporti mafia-stato. Tra il 1991 e il 1994 antimafia e Mani Pulite erano un fiume in piena. Non si fermavano davanti a nessuna soglia istituzionale. Il CSM aprì in pochi mesi 73 procedimenti disciplinari trasferendo 11 magistrati. Tre Procuratori della Repubblica furono arrestati. Alti dirigenti dei servizi segreti furono messi sotto accusa, condannati o obbligati a dimettersi. Nel giro di 3 giorni, dal 27 al 29 marzo 1993, furono fatti cadere dal piedistallo tramite avvisi di garanzia quattro intoccabili del calibro di Giulio Andreotti, Antonio Gava, Cirino Pomicino e Corrado Carnevale. Sei giorni dopo cadeva anche Arnaldo Forlani, e il 6 aprile la Commissione antimafia approvava una relazione che abbatteva un tabù secolare dichiarando che mafia e politica erano andate a braccetto  quasi per l'intera storia del Paese.

Nel maggio successivo, il Papa in visita in Sicilia pronunciava anche lui per la prima volta parole di fuoco contro la violenza mafiosa.

La classe politica era allo sbando. Solo quei politici ancien regime che sposavano senza riserve l'antimafia riuscivano a sopravvivere. Non a caso nei ministeri cruciali dello scontro con Cosa Nostra finirono personaggi come Scotti, Mancino e Martelli che assecondavano senza riserve l'opera di Falcone ed associati.

La scelta stragista, inaugurata a Capaci, aveva perciò una sua logica per Cosa Nostra. Le condanne del maxiprocesso avevano messo Riina e soci di fronte al fatto di non avere più copertura politica ai massimi livelli. I loro referenti non avevano avuto la forza di proteggerli ed erano stati smascherati dalle Procure. La linea del "calati juncu ca passa la china" prometteva di lasciare i boss in carcere per il resto dei loro giorni. Anche l'attendere l'esito del cambio di regime non era consigliabile. Non si intravedeva all'orizzonte un nuovo blocco di potere analogo a quello della DC e dei socialisti, e le sinistre erano ormai a un passo dalla vittoria.

In queste circostanze, solo un uomo politico votato al suicidio poteva imbarcarsi nell'avventura di una vera trattativa con i capimafia in galera.

L'opzione eversiva poteva evvero essere la strada per negoziare il ritorno alla vecchia simbiosi della mafia con lo Stato: "Si fa la guerra per poi fare la pace" fu il concetto espresso da Riina. Ma la relazione Pisanu dimostra come lo stato non fece concessioni. Perfino Ciancimino finì arrestato, e neppure l'attenuazione del 41bis divenne mai reale.

Ma Cosa Nostra andò avanti comunque, e qui entriamo nella vera zona incognita, nella mappa dei suoi complici. La spinta verso la scelta stragista arrivò da altri soggetti della grande criminalità che venivano allora anch'essi decimati dagli arresti. I massoni coperti di cui ha parlato De Gennaro all'Antimafia, gli agenti dei servizi deviati intorno a Bruno Contrada, i faccendieri e i finanzieri d'avventura spaventati da Mani Pulite e dal vento di pulizia che spirava nel Paese non vedevano altra via d'uscita che quella più estrema. Solo la forza d'urto della mafia messa al servizio di un progetto eversivo poteva ridurre alla ragione le Procure, le sinistre ed i movimenti antimafia. Sul governo ormai non si poteva più contare.

Questa linea di analisi non è puramente deduttiva. I segnali di una possibile campagna terroristica guidata da Cosa Nostra si erano materializzati già nel marzo 1991, con le singolari "profezie" inviate per lettera a varie autorità italiane da tale Salvatore Amendolito, un riciclatore inquisito da Falcone. Secondo Amendolito la mafia siciliana si apprestava a gettare il paese nel caos come risposta al giustizialismo dell´antimafia. Quattro giorni dopo Capaci, in una intervista all'"Europeo" Amendolito affermava che l'assassinio di Falcone era solo l'inizio, che sarebbe seguito quello di Borsellino, e che la mafia stava organizzando la guerra civile per costringere lo Stato a trattare.

Cosa che non è avvenuta, salvo chiamare "trattativa" ogni episodio, piccolo o grande, di collusione, complicità, omissione verso la mafia compiuto all'epoca da organi dello Stato.

Le stragi del 1992- 93 non sono state opera solo dei gruppi mafiosi, ma da un mosaico di poteri criminali minacciati, i cui tasselli solo in parte sono noti. 

È questa mappa che va ricostruita nel futuro, come proposto dal Procuratore Grasso, invece di insistere su tesi autodenigratorie e insultanti, facendosi portare per mano da pentiti compiacenti e mentitori seriali come Massimo Ciancimino.

 
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