L’Europa, la Mafia, Mancino: parla Pino Arlacchi

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Orticalab.it, 22 mag. 2014

L’architetto della DIA, amico di Falcone e Borsellino, spiega i motivi della sua candidatura europea e racconta del periodo stragista

Il nome di Pino Arlacchi non ha bisogno di molte presentazioni. Sociologo e docente universitario, è stato amico dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e ha vissuto in prima persona una delle fasi più calde della lotta alla mafia siciliana. Il progetto esecutivo dal quale è nata la DIA, la Direzione Investigativa Antimafia, nel 1991 insieme alla Direzione Distrettuale Antimafia, progettata, invece, da Giovanni Falcone, porta la firma di Arlacchi, all’epoca, Consigliere del Ministro degli Interni.
Oggi Pino Arlacchi è candidato per un secondo mandato al Parlamento Europeo tra le fila del Partito Democratico.

Professore Arlacchi, partiamo dai motivi che l’hanno spinta a ricandidarsi al Parlamento Europeo, in una fase evidentemente cruciale e convulsa nella vita dell’Unione…

«Semplicemente ho ritenuto servisse un contributo al rilancio del progetto di integrazione europea. Un progetto oggi in grave pericolo non tanto per gli attacchi dei cosiddetti euroscettici, i quali sono più un effetto che una causa del clima attuale. La vera sostanza del problema risiede nel distacco che i cittadini hanno maturato rispetto alle istituzioni comunitarie. Ed è sui motivi di questo scollamento che bisogna intervenire: non vi è altro modo per arginare l’euroscetticismo».

 

Eppure per il suo profilo professionale, per la sua storia personale e non, la scelta europea può apparire una svolta lontana da tutto questo. E invece?

«Vede, io sono un professore e sono convinto che le mie idee, le mie ricerche debbano essere messe a disposizione degli altri, anche nella vita politica che ha bisogno di riacquistare una serietà e una profondità che attualmente le mancano. Non a caso ho scelto di dare ai miei interventi elettorali contenuti differenti che tendono a focalizzarsi sui reali motivi che hanno determinato la profonda spaccatura oggi esistente tra cittadini e le istituzioni europee».

Quali sono i motivi di questo scollamento?

«I difetti fondamentali L’Europa si è mostrata lontana dai problemi quotidiani delle persone. In queste condizioni è normale che gli europei cadano facile preda dei populismi, di gruppi xenofobi e fascisti del processo di integrazione europea risiedono nella scarsa sensibilità che l’Unione ha dimostrato rispetto alle più pressanti questioni sociali. Poco, molto poco è stato fatto per affrontare il grande tema della disoccupazione: 7 milioni di giovani senza lavoro, 27 milioni i cittadini europei che non hanno un’occupazione. E cosa ha fatto l’Europa per arginare questo devastante fenomeno? Nulla. Pur avendo a disposizione un bilancio di 130 miliardi all’anno stabile e che non soffre crisi. Perché non destinare parte di queste risorse ad un grande piano per l’occupazione? Analogo discorso può essere fatto sull’immigrazione, tema molto sentito in un Paese come l’Italia. Insomma, nonostante le risorse, l’Europa si è mostrata lontana dai problemi quotidiani delle persone. In queste condizioni è normale che gli europei cadano facile preda dei populismi, di estrema destra o di estrema sinistra, di gruppi xenofobi e fascisti. Questa è la conseguenza di una politica che ha scelto di occuparsi di banche o di questioni irrilevanti, invece dei grandi temi che riguardano la vita delle persone come la corruzione, la legalità…»

Corruzione e legalità. Pino Arlacchi è stato uno dei protagonisti della tesa stagione stragista, nei caldi anni ’90. Da allora il Paese ha vissuto un profondo cambiamento, maturando un’accresciuta sensibilità rispetto ai temi della legalità. Sempre più diffuso è l’impegno in quella che si usa chiamare antimafia sociale. Qual è il suo punto di vista in merito alla luce della sua esperienza?

«Iniziamo col dire che l’antimafia dei fatti, l’antimafia concreta, quella delle azioni e non delle parole, è quella che io preferisco. Non serve più l’antimafia degli slogan, delle dichiarazioni o delle manifestazioni: quella possono praticarla tutti, compresi i mafiosi stessi. Ormai l’idea di antimafia è entrata a far parte del senso comune come l’antifascismo: dichiararsi antifascisti non costa nulla al pari delle dichiarazioni celebrative. Il grosso problema, oggi, è nel nuovo, inquietante fenomeno della sovrapposizione tra politica e mafia Costa, invece, l’agire concreto contro una nuova mafia che non è più quella che spara ma quella che ha il polso delle istituzioni e della politica. Il grosso problema, oggi, è nel nuovo, inquietante fenomeno della sovrapposizione tra politica e mafia. I capi dei grandi gruppi criminali sono, a loro volta, capi politici. Non è più la mafia a rivolgersi alla politica ma la politica stessa a controllare i traffici criminali. Si veda il caso di Nicola Cosentino in Campania. Venendo, poi , al mondo dell’antimafia e dell’associazionismo, questo svolge un buon lavoro. Piuttosto il mondo dell’informazione dovrebbe prestare maggiore attenzione al fenomeno della collusione tra mafia e politica».

Cosa vuol dire?

«Guardi ai titoli di giornali e telegiornali in occasione dell’arresto di capi criminali o di sequestri di beni dei clan, il risalto dato a questo tipo di notizie. E consideri, invece, l’attenzione che viene tributata all’arresto di politici accusati di corruzione. È sovrastimato, a mio avviso, il fenomeno criminale classico e sottostimata, al contrario, la dimensione politica della questione. Oggi colpire il potere mafioso significa colpire direttamente coalizioni politiche. Per cui diventa anche una questione di voto e di consapevolezza da parte dell’elettorato. Ma per fare in modo che questa si sviluppi serve anche una corretta informazione».

Visto il suo percorso, non posso non chiederle del processo sulla trattativa Stato-Mafia…

«Prima di tutto serve una precisazione: Per me non c’è mai stata una trattativa Stato-Mafia: c’è stato molto di più. Una collusione organica tra una parte corrotta dei Servizi e la criminalità organizzata l’espressione trattativa Stato-Mafia conduce ad un equivoco. Con questa espressione le persone generalmente tendono a fare riferimento alla collusione tra Mafia e politica ma, in realtà, la politica è molto più collusa oggi. Questa espressione è divenuta una metafora che fa riferimento ai collegamenti tra la Mafia e lo Stato. In realtà, il processo intentato da Ingroia fa riferimento a qualcosa che secondo me non esiste. Per me non c’è mai stata una trattativa Stato-Mafia: c’è stato molto di più. Una collusione organica tra una parte corrotta dei Servizi e la criminalità organizzata. Collusione che ha trovato anche una forte opposizione dello Stato, un’azione coronata da successi, nonostante i costi fortissimi che essa ha avuto, con l’uccisione dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che, però, non sono morti invano. Grazie al loro lavoro è stata portata avanti un’azione profonda che ha distrutto la mafia corleonese, chiudendo la stagione delle stragi».

A lei sono ben note, però, le accuse che nell’ambito di questo processo sono state mosse a Nicola Mancino, Ministro degli Interni in quella travagliata fase della vita del Paese.

«Guardi io non so come si sia potuto generare tutto questo, da dove sia potuta nascere un’accusa così infamante nei confronti di una persona perbene, un ottimo Ministro dell’Interno, un uomo delle istituzioni che ha combattuto questa battaglia fino in fondo e fino in fondo ha condotto l’attacco ai poteri mafiosi, permettendo di vincere quella battaglia».

 
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Pino ArlacchiNon sono una persona complicata. La mia vita pubblica ruota intorno a due cose: il tentativo di capire ciò che mi circonda, da sociologo, e il tentativo di costruire un mondo più decente, da intellettuale e militante politico.

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