«L’oppio afghano minaccia l’Europa e la Russia. Serve un piano comune»

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Primo Piano, l'Unità, 6 mar.2011

Intervista a Viktor Petrovic Ivanov, di Rachele Gonnelli

Il ministro russo a capo dell'ufficio anti narcotici di Mosca lancia il progetto di un ufficio di coordinamento sotto l'egida dell'Onu: «I cartelli della droga ora vogliono destabilizzare anche il Medioriente»

Ha occhi grigi e acuti, il «ministro» russo Viktor Ivanov. Nella stanzona decorata di stucchi dorati e velluti verde limo dell’ambasciata di Mosca a Roma il suo discorso è ritmato da due parole: «ugrozy», minaccia, e «sayuz», unione. Viktor Ivanov ha il rango di ministro anche se non siede nel gabinetto di Vladimir Putin.
È il direttore dell’ufficio antinarcotici della Federazione russa. La «minaccia» di cui parla è l’eroina che scorre a fiumi nelle vene dei giovani russi, tutta di provenienza afghana. «L’eroina, al 90% prodotta in Afghanistan, produce 100mila morti l’anno nel mondo - dice Ivanov - piùvittime della bomba di Nagasaki, e nonostante i nostri sforzi 30mila dei nostri giovani muoiono ogni anno a causa di questa droga».

Il ministro è in Italia per consolidare i rapporti tra Mosca e Roma in vista di una collaborazione russo-europea per un programma comune di contrasto al traffico internazionale di droga in Afghanistan sotto l’egida delle Nazioni Unite.

L’80% dell’oppio afghano viene infatti assorbito da Europa, Russia e Iran. Per la Russia è un’ecatombe, il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha spesso parlato di «narco aggressione». Putin, Ivanov, nessuno mai di «mafia russa». E se per Europol e l’Osservatorio europeo sulle droghe è nei Balcani che si stanno concentrando le vie del traffico di stupefacenti, per Ivanov la minaccia viene dal Sahel e dal Medioriente. Addirittura dietro le attuali rivolte arabe ci sarebbero i «cartelli della droga» che, «sfruttano il malcontento sociale dato dalle profonde disuguaglianze tra poveri e ricchi per creare destabilizzazione». Per Ivanov «i leader dei narcocartelli si pongono obiettivi politici» e non è un caso che «lungo le rotte della droga nei paesi africani quest’anno ci sono stati colpi di Stato in Mauritania, Niger e Guinea Bissau». Una valutazione che dice condivisa dalle autorità italiane è che queste organizzazioni criminali siano in azione anche in Egitto e in Libia. «Gheddafi si sta difendendo con i mezzi che ha a disposizione ma la sua fine è già decisa e sarà davanti al tribunale dell’Aja», sostiene il ministro. Quanto ad una missione internazionale in acque libiche inutile rimarcare che Mosca vede questa possibilità come fumo negli occhi. «Comporterebbe - dice Ivanov -un aggravamento della situazione, cioè la guerra civile e con ciò nuovi esodi di massa verso l’Europa che creerebbero una base per i corrieri della droga».

La Russia critica la forza Nato a guida Usa sull’azione antidroga,vede responsabilità Usa anche nella destabilizzazione del Medioriente?
«Non vorrei accusare nessuno. È certo che in 10 anni la produzione di papavero da oppio in Afghanistan è aumentata di 40 volte, producendo 1 milione di morti».
Non dovrebbe essere il governo di Kabul a combattere la produzione di oppio e il narco traffico?
«La produzione della droga si svolge in tre tappe. La coltivazione e raccolta del papavero e la lavorazione del papavero per la produzione di panetti di eroina si svolgono sotto gli occhi delle forze di polizia locali e quindi del governo di Kabul. Mentre del transito si occupano le organizzazioni criminali che operano fuori dalle frontiere afgane. In Afghanistan ciò produce 4 miliardi di dollari annualmente. Solo il 4% va ai talebani, l’8% ai contadini occupati in questa attività, che sono oltre 3 milioni, tutto il resto va nelle tasche di altre persone».
Chi?
«Una parte ai funzionari corrotti del governo afghano, una parte alle molteplici forze politiche che hanno sempre più in odio sia il governo sia le forze militari internazionali. Ma al di fuori delle frontiere la droga afghana rende 65 miliardi di dollari l’anno. Un enorme flusso di denaro che nonpuò non interessare una rete bancaria».
Banche? Quali banche?
«Si tratta in maggior parte di banche del Golfo Persico. Non vorrei fare nomi ma è chiaro che il sospetto si appunta sugli istituti che hanno conti di corrispondenza con le banche afghane. Proprio le stesse che non concedono crediti ai contadini che scelgono altre colture diverse dal papavero ma solo a chi produce oppio. Il vicesegretario Onu Antonio Costa dice che solo negli anni 2008-2009 una serie di
banche europee ha accumulato 352 miliardi di dollari da proventi di attività criminali legate al traffico di droga».
Quando nel piano antidroga russo Raduga 2 vi concentrate sulla distruzione chimica delle coltivazioni non andate a colpire solo l’anello più debole?
«Non siamo fissati sulla distruzione chimica dei campi ma su una distruzione efficace. Oggi vengono distrutti 2mila ettari l’anno, a bastonate. Noi proponiamo di utilizzare trattori muniti di aste polverizzatrici. La distruzione di cespugli di coca in Colombia è di 240mila ettari, cioè 120 volte più estesa. Perché standard così diversi?».
Non è meglio aiutare i contadini afgani a cambiare coltivazioni, dando in cambio servizi, impianti?
«È quello che proponiamo nel piano quinquennale Raduga 2. Il funzionamento dell’Afghanistan è ancora basato sui 142 impianti di modernizzazione che avevamo costruito noi, dal sistema d’irrigazione di Jalalabad agli impianti di estrazione del petrolio. Attraverso la collaborazione con il Parlamento europeo e il piano del professor Pino Arlacchi vorremmo partire dal risistemare e sviluppare questi impianti».
Con un’agenzia russo-europea?
«Sì. Oggi le competenze dell’ufficio Onu sono molto limitate, scarso il coordinamento. A fronte di una spesa di 1,6 miliardi di dollari dei paesi donatori per azioni di contrasto al traffico della droga in Afghanistan. Nell’ultimo G8, in autunno, la Gran Bretagna ha assunto il coordinamento di queste azioni ma neanche Londra sembra riuscire a portare a frutto gli interventi».
La Russia è tra i Paesi donatori?
«No, ma mettiamo gratuitamente a disposizione delle forze internazionali i canali di approvvigionamento. Se dovessero pagarli non basterebbe un miliardo di dollari».

 
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