Afghanistan, dal pantano si esce con una proposta a costo zero

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Non esiste soluzione militare al disastro. Per questo bisogna riformare l'aiuto internazionale. Questa è l'idea dell'Europa: tagliare spese e consulenze. E rafforzare le misure anti-corruzione.


l'Unità, 16 gen. 2010
L'Analisi di Pino Arlacchi
Poche settimane fa, il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza il mio rapporto su “Una nuova strategia dell’Unione europea per l’Afghanistan”. Dopo un anno di lavoro, il team che ho guidato ha raggiunto una conclusione molto netta: l’approccio seguito finora dagli USA e dalla NATO per sconfiggere l’ insurgency e ricostruire il paese è sbagliato. Sicurezza e condizioni di vita dei cittadini afghani continuano a deteriorarsi. La coalizione viene sempre più percepita come una forza di occupazione. È tempo perciò che l’Europa prenda l’iniziativa ed imbocchi una strada completamente diversa.

 La premessa principale del documento è che non esiste soluzione militare al disastro afghano. I pilastri della proposta europea sono il sostegno al nascente processo di pace, l’eliminazione delle colture di oppio tramite lo sviluppo di produzioni alternative, la formazione della polizia afghana e la riforma dell’ aiuto internazionale.

Quest’ ultimo punto è strategicamente il più importante, perché ha a che fare con la chiave di volta dell’ intera questione nel lungo periodo: la drastica riduzione della povertà in Afghanistan.

Il rapporto tenta di dare risposta a un paradosso. Perché, dopo quasi 10 anni di intervento internazionale, si è combinato così poco in quel paese? Dall’ ottobre 2001 in poi, le operazioni militari sono costate oltre 300 miliardi di euro e decine di migliaia di vite umane. Dal lato civile, ne sono stati spesi almeno altri 30. In totale, si tratta di una cifra astronomica, pari a 30 volte il PIL dell’Afghanistan. Ciononostante, questo paese è ancora il principale produttore di narcotici del mondo, ed è rimasto uno dei più poveri del pianeta.

La mortalità materna da sola fa più vittime della guerra: 25mila contro 2mila. I dati più “pesanti” sullo sviluppo socio-economico dell’ Afghanistan mostrano un costante peggioramento dall’ inizio dell’ occupazione militare. La mortalità infantile è aumentata del 4,6% tra il 2002 e il 2010. L’ aspettativa di vita è scesa, nello stesso periodo, da 46,6 a 44,6 anni. L’alfabetizzazione è diminuita dal 36 al 28%, e tra il 2002 e il 2009 la popolazione sotto la soglia di povertà è cresciuta da 23 al 36%. Chi non crede a queste cifre può verificarle di persona nello stesso luogo da cui le ho tratte: il sito della CIA sulle nazioni del pianeta (www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/).

Non è stato facile trovare una spiegazione di questo disastro. Nessuno a Bruxelles è stato in grado di aiutarci. I dati della Commissione europea sul miliardo di euro che l’Unione stanzia ogni anno per l aiuto civile all’Afghanistan erano reticenti, vaghi e quasi incomprensibili. Solo un sopralluogo a Kabul ed Herat, dove abbiamo consultato decine di esperti, ministri, diplomatici, operatori delle ONG e militari, ci ha permesso di scoprire una spiacevole verità: tra il 70 e l’80% dell’ aiuto internazionale all’Afghanistan non raggiunge i suoi cittadini.

Ma aspettate un momento prima di iniziare il solito tiro al bersaglio contro la corruzione del governo Karzai. Secondo il ministero afghano delle finanze, e secondo varie altre fonti, solo 6 dei 40 miliardi di dollari di aiuto civile sono passati attraverso il governo dell’Afghanistan. I restanti 34 miliardi sono stati distribuiti da organizzazioni internazionali, banche regionali, grandi ONG e contractors privati. La parte del leone di questo scandalo va alle oscure liturgie dei donatori internazionali, ma questo è un quasi - tabù politico, e un argomento che i media europei trattano molto raramente.

La maggior parte dei nostri soldi non riesce ad arrivare in Afghanistan a causa della mancanza di focus e di coordinamento tra una pletora di centri di spesa, e per via di quella che chiamo la “corruzione soft”. Mi riferisco all’ ammontare di cattiva gestione e di spreco ben nascosti dentro la macchina degli aiuti internazionali. I fondi si disperdono lungo la catena di distribuzione a causa di spese amministrative esorbitanti, costi per la sicurezza esagerati, profitti dei subappaltatori privati, sovrafatturazioni e qualche volta anche di corruzione bella a buona. Una delle più oltraggiose manifestazioni della “corruzione soft” è la congerie di inutili consulenti a 200mila euro all’anno che si mangiano da soli il 12-15% dei progetti europei in Afghanistan.

La prima raccomandazione del Parlamento europeo all’ intera Unione - ed ai nostri partner americani – è una profonda riforma del sistema degli aiuti, basata sul taglio netto delle spese e delle intermediazioni superflue. In parallelo, è fondamentale accrescere fino all’ 80% la quota di fondi che passa tramite il governo afghano, rafforzando contemporaneamente le misure anti-corruzione.

Non è necessario aumentare il volume complessivo dei fondi per l’ intervento civile in Afghanistan. La nostra è una proposta a costo zero per i donatori. Gli attuali 7-8 miliardi euro annui di aiuto non militare equivalgono al 70-80% del PIL afghano. Se investiti in modo coerente e nella loro interezza, essi sono sufficienti a ricostruire e stabilizzare il paese.

L’Afghanistan è talmente povero da imporci di deflazionare l’ordine di grandezza delle cifre che siamo soliti citare quando parliamo di risolvere problemi globali. La strategia dell’Unione europea per l’eliminazione dell’oppio prevede un investimento di soli 100 milioni di euro all’anno per 5 anni destinati a creare una solida alternativa di vita agli attuali produttori. Ciò perché il valore della produzione all’origine del papavero da oppio è oggi di 300 milioni di euro.

Sapete quanto è costata la strategia fallimentare seguita finora dagli Stati Uniti per combattere la droga in Afghanistan - colpire i piccoli trafficanti e bruciare le coltivazioni illecite? La cifra è 1,2 miliardi di euro buttati via in quello che Richard Holbrooke ha descritto come “il più dispendioso ed inutile programma che ho mai visto, dentro e fuori del governo”.

Volete una cifra di quanto costerebbe sradicare la povertà dal paese portando sopra la soglia di povertà tutti quelli che adesso stanno sotto? Eccola. È stata calcolata dal National Risk and Vulnerability Assessment del 2008-9: 430 milioni di euro all’ anno, pari al 6% di tutto il paniere degli aiuti. Oppure, dati i costi raggiunti dalle attuali follie militari, pari al prezzo di tre giorni di guerra. (Ma alcuni colleghi parlamentari hanno trovato demagogica questa metrica e un emendamento l’ha espunta dal testo finale).

La pietra angolare di ogni strategia di counter-insurgency in Afghanistan è il sostegno della popolazione. Perfino un generale americano (McChristal) ha intravisto per un attimo la forza di questo concetto. Il sostegno della gente può arrivare solo da una politica di investimenti socio-economici intensivi, capace di prendere di mira i giovani tra i 16 ed i 25 anni, e prosciugare così il bacino di reclutamento dei combattenti per l’ insurgency. Nessun giovane afghano sarà più disposto a rischiare la pelle combattendo per i talebani a 5 dollari al giorno, se avrà a disposizioni alternative concrete.

La proposta europea costa poco, soprattutto se messa a confronto con la (non) alternativa militare. E se comparata anche con l’idea lanciata di recente dal Pentagono sul mantenimento di una polizia e di un esercito afghano di enormi dimensioni. I donatori, cioè noi, dovrebbero impegnarsi a spendere 4,6 miliardi di euro all’ anno sine die, anche dopo il 2014, per questo scopo. Provate ad immaginare quanta sicurezza a lungo termine potremmo generare se usassimo anche una parte di questi soldi per sviluppare il paese!

Questo è il punto di vista dell’ Europa. Di un continente, cioè, che da più di 65 anni ha smesso di pensare che la guerra e l’occupazione di terre straniere siano una buona idea. Noi non crediamo in una soluzione militare della tragedia afghana. E la proposta del Parlamento europeo riflette in pieno questa convinzione.
 


 

 
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Pino ArlacchiNon sono una persona complicata. La mia vita pubblica ruota intorno a due cose: il tentativo di capire ciò che mi circonda, da sociologo, e il tentativo di costruire un mondo più decente, da intellettuale e militante politico.

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