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Una sfida difficile

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l'Unità, 20 mar.2011

L'Editoriale di Pino Arlacchi

L’Europa col vertice di ieri a Parigi si è assunta per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, in piena autonomia dagli Stati Uniti, la responsabilità politica di un intervento militare all’estero. Un dato che la contrarietà tedesca non basta a scalfire. Il consenso è stato molto ampio e il coinvolgimento del nostro Paese, dopo tante esitazioni e incertezze, ne è una conferma. Bisogna sostenere con convinzione questa iniziativa che cancella di colpo le esitazioni europee verso i processi di cambiamento in Nord Africa, ma è anche opportuno fin d’ora riflettere con lucidità sui rischi e sui vantaggi.

Va rilevato, intanto, che c’è una chiara intenzione della Francia di prendere la leadership dell’operazione, sia sul piano politico, sia su quello militare. Sono stati i francesi a volere e a ottenere una risoluzione dell’Onu ad ampio raggio che dà il mandato di stabilire una no fly zone senza specificare che tipo di intervento si vuole attuare (e mette solo un caveat sull’attacco via terra). È evidente che interpreteranno questa no fly zone come un’autorizzazione a un largo uso della forza aerea contro ogni tentativo di Gheddafi di recuperare il suo dominio sul paese. La Francia, insomma, vuole fare in Libia ciò che gli americani non sono riusciti a fare nè in Iraq, nè in Afghanistan: sbarazzarsi rapidamente di una tirannia riducendo al minimo il costo di vite umane, favorire l’instaurazione di un governo democratico col quale collaborare nella fase di transizione. E farsi sostenere in questo tentativo dagli europei, dagli americani e dalla Lega araba. Ma, soprattutto, dai paesi della Lega araba che hanno la maggior forza aerea: gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. La loro aviazione è ragguardevole e sarebbe stata capace anche da sola, senza intervento occidentale, di rendere effettiva la no fly zone. Come, d’altra parte, alcuni osservatori hanno fatto subito notare. Tutti dobbiamo sperare che il tentativo di sbarazzarci di Gheddafi vada in porto.

Ma, quanto a questo primo scenario, va detto che i precedenti non sono incoraggianti. Le no fly zone senza un intervento di terra non bastano. Non hanno funzionato mai da sole: nè in Bosnia, nè in Iraq dove, dodici anni dopo l’istituzione della no fly zone, Saddam era ancora lì. La forza e la capacità militare dei ribelli saranno determinanti e, allo stato, nessuno è in grado di valutarne con precisione l’entità. E ciò vale anche per la forza militare e il consenso di Gheddafi. Esistono altri due scenari oltre a quello sperato. C’è la possibilità che Gheddafi non riprenda il controllo del paese ma riesca a “barricarsi” a Tripoli e dintorni. È lo scenario dello stallo.

Una situazione che il rais non potrebbe sostenere a lungo e che lo obbligherebbe a trattare. In questo caso, per evitare una guerra sanguinosa e lunghissima, sarebbe opportuno dargli una via di fuga attenuando le conseguenze della prima risoluzione Onu, quella che invita la Corte penale internazionale a metterlo sotto accusa per crimini contro l’umanità. La via di fuga, evidentemente, non servirebbe ad “assolverlo” dai suoi crimini, ma a evitare che ne compia altri ancora più atroci. Il terzo scenario, il peggiore di tutti, è quello di un numero molto alto di vittime civili determinato dal tentativo di distruggere difese aeree e armamenti collocati in zone urbane.Lo stesso Gheddafi l’ha fatto in qualche modo intravedere quando ieri ha parlato di civili che “si sono offerti” come scudi umani.

Ma, anche lasciando da parte la tattica del rais, il rischio è strutturale. Qualunque scontro in Libia, per la natura del territorio, va a compiersi in zona urbane. È, in definitiva, il rischio di una vera e propria guerra civile, di una lacerazione del paese con distruzioni materiali e perdite umane su vasta scala. Dobbiamo sperare tutti che chi ha pianificato l’intervento abbia ben calcolato tutte queste possibilità e che vengano fatti valere i principi di moderazione e di rispetto per le vite umane coerenti con gli obiettivi dell’impresa e con le norme del diritto internazionale.

 
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Pino ArlacchiNon sono una persona complicata. La mia vita pubblica ruota intorno a due cose: il tentativo di capire ciò che mi circonda, da sociologo, e il tentativo di costruire un mondo più decente, da intellettuale e militante politico.

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