Caschi blu in Libia. Perché la carta Onu può evitare massacri

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Il vice capo della forza peacekeeping Leroy sta valutando l'invio delle truppe delle Nazioni Unite. Anche per la Nato la soluzione militare non è risolutiva. Obama teme il pantano.

l'Unità, 17 apr. 2011

L'analisi di Pino Arlacchi

Vale la pena di ritornare sulla proposta di una missione ONU per la Libia. Ma è bene ricordare che i caschi blu non sono la soluzione dei problemi di quel Paese. Sono solo l’alternativa alla guerra civile e alla inevitabile degenerazione di un intervento militare straniero troppo protratto temporalmente. Prima che il Vicesegretario per il peacekeeping dichiarasse che le Nazioni Unite sono pronte ad intervenire per fornire l’infrastruttura di un esito negoziato della crisi libica, si sono verificati altri fatti rilevanti: l’ affermazione del segretario generale della NATO che non esiste soluzione militare allo scontro tra ribelli e Gheddafi, il tentativo di mediazione dell’ Unione africana, e l’ ammissione da parte di Obama di una situazione di stallo in Libia destinata a prolungarsi per un tempo indefinito.

Poiché la proposta di una nuova risoluzione e di un intervento ONU si basa sul riconoscimento dell’ impasse militare, sulla necessità di fermare i bombardamenti dei volenterosi da un lato e le violenze sui civili dall’ altro come elementi di una exit strategy che eviti la strage dei civili e la disgregazione della Libia, la proposta stessa ha assunto una consistenza ben maggiore.
Il suo punto più dolente è senza dubbio la questione Gheddafi. La questione su cui è fallita la mediazione dell’Unione africana. Le forze avversarie del Rais pongono la sua uscita di scena, e quella della sua famiglia, come pregiudiziale per la loro accettazione del cessate il fuoco. Pregiudiziale condivisa dalle potenze occidentali che sostengono i ribelli, ma respinta senza esitazioni dalla controparte. Gli altri punti dell’agenda dei possibili negoziati non appaiono eccessivamente spinosi, e potrebbero essere materia di un accordo non faticoso tra le parti.
Un appello di Ban Ki Moon accompagnato da un piano di pace con dispiegamento dei caschi blu sul terreno per garantire il rispetto del cessate il fuoco, e da una uscita di scena del singolo Gheddafi in forme da contrattare, può ben costituire una via di uscita accettabile, che risparmi al popolo libico la tragedia di un'altra serie di massacri dopo quelli dei tempi coloniali.

Quel certo scetticismo che ha accolto in Italia la proposta di chi scrive non ha molta ragione di essere. Le crisi internazionali finiscono sempre più spesso con la mediazione delle Nazioni Unite e con i loro interventi di mantenimento della pace. Il pantano libico è da questo punto di vista un caso classico: due schieramenti si combattono senza che alcuno riesca a prevalere, e la rovina comune delle parti in lotta (più quella delle vittime civili) viene evitata dall’ intervento di una autorità terza, che si incarica di favorire una soluzione non violenta.
Un ostacolo molto serio all’ entrata in campo dei caschi blu è la scarsa informazione su cosa essi sono oggi, a quasi venti anni dai fallimenti dei Balcani, del Rwanda e della Somalia. Nonostante mille difficoltà, le forze di intervento ONU hanno imparato la lezione di quelle tragedie, e sono diventate molto più efficaci. I risultati dei loro interventi più recenti sono impressionanti. L’unico problema è che non se ne parla, perché il successo di un operazione di pace non fa titolo sui giornali e non produce immagini sconvolgenti. 

È una non-notizia, che non riesce a contrastare la memoria dei massacri del passato.
Qualcuno si è mai chiesto perché il referendum del dicembre scorso in Sudan non ha scatenato la la guerra civile che l’ intero pianeta dava per scontata? E c’è qualcuno che abbia dato credito ai caschi blu della gestione esemplare di tutta la complessa vicenda pre e post-elettorale di quel Paese?
Dopo le elezioni presidenziali di ottobre ad Haiti ci sono state grandi proteste, che hanno fatto temere l’ inizio di un nuovo ciclo di instabilità. C’è per caso qualcuno che si sia data la pena di notare il contributo dato dalla missione ONU di stabilizzazione di Haiti, in tandem con l’Organizzazione degli stati americani, ad una soluzione politica dei contrasti, e all’avvio di una transizione pacifica dopo aver garantito una seconda tornata di elezioni?

È tempo che si inizi a riflettere anche sul ruolo svolto fino a oggi dai caschi blu in Costa d’Avorio. Dove la crisi si sta concludendo, è  vero, con molte, troppe vittime innocenti. Ma senza gli immensi bagni di sangue che si sarebbero verificati se la missione ONU non avesse fatto rispettare, con successo, il bando sull’uso delle armi pesanti contro i civili imposto dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza.
Sudan, Haiti, Costa d’ Avorio. Luoghi lontani, e meno strategici della Libia per un certo tipo di interessi europei, è l’ obiezione. Chi non vuole i caschi blu, allora, dovrebbe spiegare cosa vuole al loro posto, e, ancora di più, cosa vuole dalla Libia.

 

 
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Pino ArlacchiNon sono una persona complicata. La mia vita pubblica ruota intorno a due cose: il tentativo di capire ciò che mi circonda, da sociologo, e il tentativo di costruire un mondo più decente, da intellettuale e militante politico.

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