Perchè i media italiani inventano la violenza?

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Perché i media italiani inventano la violenza?

di Pino Arlacchi, 23 apr.2009

Perché i media italiani ci sommergono da qualche tempo con una alluvione di notizie su violenze commesse da stranieri? Davvero l’ Italia si è trasformata all’ improvviso in un campo di battaglia dove scorazzano bande di romeni, marocchini e albanesi che rapinano e uccidono inermi cittadini, stuprano le donne, importano e vendono droga e prostituzione?

 Una delle spiegazioni più sensate è la diminuzione della criminalità violenta. Sì. Avete letto bene. Diminuzione, decrescita, riduzione percentuale e assoluta della violenza sulle persone. Può sembrare strano o provocatorio affermare ciò. Ma ci sono due punti di vista sotto cui osservare la questione. Due punti di vista diametralmente opposti. Uno è quello dei cittadini italiani, che si godono la maggiore sicurezza effettiva, reale, che si è affermata negli ultimi anni. E se la godono viaggiando, camminando, uscendo la sera e svagandosi sempre di più.
L’ altro è l’ angolo molto particolare dei media nostrani, che si sono abituati a campare nutrendosi della “ciccia” a basso prezzo che è la cronaca nera. Per loro la scarsità di questa ciccia è un pericolo serio, che può diventare una tragedia se non si corre ai ripari.

Meno omicidi, stupri, rapine, furti spettacolari e disastri significano infatti meno vendite di copie e meno ascolti “facili”. Nei paesi più civili la cronaca nera è uscita da tempo dalle prime pagine. Salvo casi davvero insoliti, non troverete tracce sui giornali europei e sui grandi quotidiani americani del mattinale da questura che caratterizza, anche nel linguaggio, l’ apertura di quelli italiani. Da studioso della criminalità, ricordo che fui molto colpito durante uno dei miei primi soggiorni a New York, nel 1980, dal fatto che in quella città accadessero 4-5 omicidi al giorno senza che il New York Times si degnasse di prenderne nota. New York era la città più violenta dell’ Occidente, afflitta da quasi 2mila omicidi all’ anno, e nessuno nell’ establishment sembrava curarsene.

Ammazzamenti, aggressioni, violenze sessuali, droga e prostituzione erano la merce trattata dai quotidiani popolari americani. I quali aggiungevano al repertorio tanto sport e fiumi di pettegolezzi sui ricchi e famosi: la ricetta perfetta, infallibile, per tenere occupata la mente della plebe mentre l’ elite si curava dell’ Impero. Dai tempi dei Romani in poi, il panem et circenses ha sempre funzionato.

Nell’ Italia odierna non c’è l’ Impero, ma il regime sì. E allora delitti e stupri a tutta birra, visto che non si sa proporre altro, per vuoto culturale, umano e politico. La grande notizia, da qualche anno a questa parte, è la poca violenza, la criminalità che diminuisce quasi dappertutto mentre dovrebbe aumentare. Ma i nostri media sono troppo affezionati alla ciccia e se questa comincia a scarseggiare bisogna sostituirla col virtuale. Come? Esagerando, spaventando, drammatizzando, sbattendo mostri in prima pagina, e qualche volta inventando.

Anche in Italia, come nel resto dell’ Europa, e come negli Stati Uniti, l’ uso della violenza decresce regolarmente. Negli ultimi 3-4 anni gli omicidi hanno toccato il punto più basso da 30 anni a questa parte. Sono solo 620-640 all’ anno, la stessa cifra degli anni ‘60. Erano quasi 2mila nel 1990-91. La riduzione è di quasi il 70% . E’ l’ azione antimafia che spiega gran parte di questo crollo. Nella sola Sicilia nei primi anni ’90 c’erano quasi 500 omicidi contro neppure 70 oggi (-86%). I sequestri di persona, anche in Calabria e Sardegna, sono scomparsi da circa un decennio.

Le rapine più gravi, quelle con il morto e da titoli di scatola, si sono praticamente estinte. I morti per rapina in banca in Italia, secondo l’ ABI, sono passati da 24 nel 1990-91 a 1 e zero negli ultimi anni. Solo il prof. Barbagli e qualche altro “esperto” non si sono accorti della cosa, ed è per questo che sono spesso sui giornali.
Anche la microcriminalità più fastidiosa come quella del furto dell’ automobile si è grandemente ridotta: da 600 furti di auto per 100mila abitanti nel 1990-91 si è passati a 310 nel 2006: quasi il 50% in meno, e nonostante il parco auto nazionale sia cresciuto di quasi il 40%. Un reato piccolo, ma traumatico per la vittima, come lo scippo è crollato passando da 134 per 100mila abitanti nel 1990 a 36 nel 2006 (-73%). Nonostante il grande aumento di beni sottraibili o semplicemente presenti in casa per effetto della crescita del benessere generale degli ultimi decenni, la quantità totale dei furti, che sono la categoria più grande dei reati, è diminuita invece di aumentare tra il 1990 e il 2006: da 3.000 per 100mila abitanti è scesa a 2.692.
Come si spiegano questi dati? Perché questa diminuzione generalizzata della criminalità?

La mia idea è che la politica, il governo, c’entri poco. Il trend di diminuzione è generale. E’ europeo, è americano, è mondiale, con qualche vistosa eccezione in America Latina e nel Messico.

E’ legato all’ aumento del benessere. Il PIL mondiale non è mai cresciuto così tanto come negli ultimi 20 anni. Il numero delle persone che dispongono di un reddito giornaliero tra i 2 ed i 13 dollari al giorno è quasi raddoppiato tra il 1990 e il 2005. E’ passato da un miliardo e 428 milioni a 2 miliardi e 644 milioni.

La flessione della criminalità è legata alla svalutazione della violenza fisica come strumento di potere. L’ uso di tutti i tipi di violenza è in ribasso in quasi ogni angolo del pianeta.

Ma nei contesti più sviluppati, cioè in tutto l’ Occidente, l’ aumento della sicurezza deve molto all’ invecchiamento della popolazione. Dopo i 40 anni di età si commettono pochi reati violenti, e si passa alla criminalità immateriale del colletto bianco. Quella della frode, della corruzione, dell’ estorsione, dell’ evasione fiscale: categorie di crimini che sono in aumento in tutto il pianeta. E dei quali si parla poco, salvo quando mandano i rovina i mercati finanziari e distruggono i risparmi di milioni di persone.

 

 
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Pino ArlacchiNon sono una persona complicata. La mia vita pubblica ruota intorno a due cose: il tentativo di capire ciò che mi circonda, da sociologo, e il tentativo di costruire un mondo più decente, da intellettuale e militante politico.

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