L’Europa rinuncia al viaggo in Iran (per ora)

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5 gen.  2010

Il Riformista
di Francesco De Leo

Stop. Dopo le pressioni americane e le critiche, gli europarlamentari tornano sui loro passi

PINO ARLACCHI. Era nella delegazione pronta a partire per Teheran e dichiara al Riformista che i parlamentari dell’Unione faranno slittare la loro visita, ma non la cancelleranno. È giallo se la decisione sia stata presa da Bruxelles o piuttosto dovuta al divieto imposto dagli ayatollah.

È stato l’Ambasciatore iraniano a Bruxelles a chiedere ieri un colloquio con Ia presidente della delegazione di parlamentari europei che dopodomani sarebbe dovuta partire per Teheran. Tema dell’incontro, l’annullamento della visita. Motivazione, «sarebbe opportuno prepararla meglio». Poco dopo dalla capitale iraniana, Ramin Mehman-Parast, portavoce del ministero degli Esteri, dichiarava che «la visita non è stata annullata, bensì rinviata» e confermava «Ia necessitá di fare gli opportuni preparativi per far si che Ia visita favorisca il raggiungimento dei massimi livelli di cooperazione parlamentare costruttiva tra Teheran e Unione Europea».

Su questa missione ormai da giorni si era alzato un gran polverone. Dagli Usa, una quindicina di deputati di entrambi gli schieramenti avevano chiesto, in una lettera indirizzata al presidente di turno del Parlamento Europeo, di annullare Ia visita. Tante le controindicazioni a una missione da svolgersi mentre in Iran si ammazzano i manifestanti per strada, le carceri scoppiano di prigionieri e nelle cancellerie internazionali si studiano misure per farla pagare a Teheran economicamente. Grande dibattito anche in Italia, con il ministro degli Esteri Frattini favorevole ad un ultimo tentativo di dialogo, prima di chiudere definitivamente quella mano tesa da Obama alle autorità del Paese.

Ma sono stati gli iraniani o gli europei a bloccarla? «Posso dire che la missione era programmata da tempo», dice al Riformista PinoArlacchi, deputato europeo dell’Idv, «ed io ero pronto a partire. Come membro supplente della delegazione parlamentare suIl’Iran, di cui faccio parte, avevo dichiarato Ia mia disponibilità. Sugli ultimi sviluppi non so nulla, ma credo che sicuramente Ia lettera dei deputati amencani avrà avuto un’influenza sulle parti. Teniamo anche conto del fatto che anche alcuni parlamentani americani avevano chiesto di entrare in Iran e gli era stato rifiutato l’ingresso». Resta convinto che era giusto andarci in Iran? «Solo se avessimo avuto Ia possibilità di interagire con l’opposizione politica nel Pacse, altrimenti non avrebbe avuto alcun senso. Non c’è stato il tempo di accertarci di questo, ma è chiaro che sarebbe stata un’ottima occasione per verificare, ed eventualmente denunciare, Ia mancanza di accesso alla nostra controparte parlamentare di opposizione. In Iran stanno scomparendo personaggi importanti dell’opposizione, è in atto una dura repressione delle manifestazioni di protesta contro il regime e un intervento del parlamento europeo, di qualunque genere, in questa situazione lo ritengo assolutamente importante».

Per Pino Arlacchi, il sangue versato da chi si oppone al terribile regime iraniano porterà ad un cambiamento «perché chi contesta ha dietro di sé l’80% della popolazione iraniana, che se avesse avuto Ia possibilità di esprimersi liberamente avrebbe dato una stragrande maggioranza ai riformisti. Dietro I’Onda Verde c’ê Ia società iraniana, quasi al completo, ma che ha purtroppo di fronte un regime teocratico che si difende con la forza e con Ia violenza pur avendo poca legittimazione reale. Non finirà cosI facilmente. Gli iraniani sono estremamente determinati, credono nella democrazia e nel proprio Paese. Non molleranno». Arlacchi, già direttore generale dell’Ufficio Onu a Vienna, è oggi membro del comitato della “Fondazione peril Dialogo sulle Civiltà”, fondata dall’ex presidente iraniano Mohammad Khatami. «L’ho sentito qualche mese fa», dice al Riformista. «Era molto preoccupato per quello che succedeva. Una volta in passato, Khatami da presidente visse una situazione simile a questa, con i riformisti duramente opposti alla parte più retriva dell’establishment clericale. Fece un grande passo indietro rinunciando, nel momento topico, a premere l’acceleratore, per evitare bagni di sangue e vittime innocenti. In questa situazione», continua Arlacchi, «Khatami mi diceva di vedere il ripetersi di una situazione in cui lui già aVeva fatto una scelta difficile, per cui tanti non l’hanno mai perdonato e continuano ad accusarlo. Credo che in queste situazioni sia comunque assai difficile stabilire quante morti e quante vittime possa costare un’opposizione disarmata a un regime violento».

 
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Pino ArlacchiNon sono una persona complicata. La mia vita pubblica ruota intorno a due cose: il tentativo di capire ciò che mi circonda, da sociologo, e il tentativo di costruire un mondo più decente, da intellettuale e militante politico.

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