«Un depistaggio la provocazione contro gli operatori italiani»

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l’Unità, 22 apr. 2010

Intervista a Pino Arlacchi

di Umberto De Giovannangeli

«L’obiettivo è sempre stato la chiusura dell’ospedale di Lashkar Gah gestito da Emergency. L’arresto degli operatori italiani è parte di una spregiudicata operazione di depistaggio costruita ad arte per sviare l’attenzione dal reale obiettivo di coloro che non vogliono avere in Helmand un testimone scomodo. Scomodo perché può raccontare del fallimento in atto di uno dei pilastri della nuova strategia americana ideata dal generale Stanley McCrystal (comandante delle truppe alleate in Afghanistan, ndr)». A sostenerlo è Pino Arlacchi, vice presidente della delegazione del Parlamento europeo sull’Afghanistan.

La chiusura dell’ospedale di Lashkar-Gah. Era questo il vero obiettivo dell’attacco a Emergency?
«Sì, e l’ho sostenuto sin dal primo momento. La provocazione contro gli operatori italiani serviva per depistare. Una provocazione messa in atto contro i cittadini di un Paese che contribuisce in modo decisivo alla sicurezza dell’Afghanistan. Purtroppo buona parte della stampa italiana ha seguito questa strada abboccando all’amo della strategia di depistaggio che è stata messa in piedi dai professionisti che hanno architettato tutta l’operazione. Si è dato credito a storie vecchie, senza costrutto, ritirando fuori i rapimenti di Mastrogiacomo e Torsello. Questo depistaggio è riuscito a mettere nell’ombra la vera storia».
Quale storia?
«Il fatto che in una zona di guerra dove ci sono 15mila soldati Isaf che combattono la guerriglia talebana è evidente che non si può muovere foglia senza che le potenze occupanti non vogliano. Il paradosso è che tra queste potenze c’è anche in Italia. Montare un’operazione come questa contro cittadini italiani, richiede una notevole sfrontatezza. Chi lo ha fatto sapeva che la debolezza internazionale dell’Italia in questo momento, poteva far sperare in una reazione debole, sfocata, come in effetti è stata all’inizio quella del ministro Frattini e del Governo. L’operazione era azzardata ma non acampata in aria: approfittare della debolezza italiana per centrare l’obiettivo di togliere di mezzo sia un centro di cura di feriti “senza colore”, sia un centro di testimonianze sulle tante vittime civili della guerra. Ma c’è una cosa che le teste dell’intelligence che avevano ideato l’operazione non avevano messo in conto…».
Cosa non avevano messo in conto?
«Non avevano calcolato la reazione forte, a sostegno di Emergency, dell’opinione pubblica italiana. Loro pensavano che un Governo debole e screditato come quello italiano sarebbe rimasto zitto e sconfessasse, come è stato all’inizio, di operatori di Emergency bollandoli come estremisti o peggio ancora…Ma la reazione dell’opinione pubblica è stata molto forte e questo ha costretto il Governo a modificare rapidamente il suo atteggiamento, a darsi da fare e chiedere conto, soprattutto attraverso i canali militari, di un’operazione inaccettabile, non tollerabile: arrestare cittadini italiani senza neanche informarci, come fosse un’operazione clandestina…Alla fine gli operatori sono stati liberati, ma il vero obiettivo è stato raggiunto: chiudere l’ospedale di Lashkar-Gah…».
Si dice testimoni scomodi. Per chi e per cosa?
«In Afghanistan è in atto una strategia politica e militare, quella del generale McCrystal, che è basata sull’azzeramento delle vittime civili. Questa strategia è fondata sull’assunto che il successo non è misurabile dal numero degli insorti uccisi o incarcerati, ma dalla quantità di gente afghana che portiamo dalla nostra parte. E quindi azzerare le vittime civili, aiuti, controllo del territorio…Helmand è un banco di prova di questa strategia che sembra non funzionare. La loro paura è che venisse fuori il crollo di un pilastro della strategia di McCrystal: quello di non avere vittime civili. Di questo Emergency è un testimone scomodo. Da neutralizzare».

 

 
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Pino ArlacchiNon sono una persona complicata. La mia vita pubblica ruota intorno a due cose: il tentativo di capire ciò che mi circonda, da sociologo, e il tentativo di costruire un mondo più decente, da intellettuale e militante politico.

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