L'intervista: "Arlacchi, la tragedia afghana"

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"Non possiamo scappare"

La Gazzetta del Mezzogiorno, 20 mag. 2010

di Benedetto Sorino

Professor Arlacchi, ha ancora senso restare in Afghanistan per i soldati italiani? A parte il tributo di sangue, possiamo permetterci in tempi di crisi finanziaria come questi di sostenere costi così elevati per una missione che sembra senza vie d’uscita?

In passato sono stato a favore del ritiro immediato dall’Afghanistan. Ma dopo esserci stato due mesi fa, aver visitato il Paese, conosciuto i problemi immediati e concreti, parlato con il governo ed essere stato ad Herat con i nostri soldati, ho un’altra opinione. Devo dire che il ritiro immediato non è un’opzione seria, non ci possiamo ritirare punto e basta.

E allora qual è l’alternativa?

Dovremmo darci una scadenza di due anni in vista del ritiro per fare due cose essenziali.

Quali?

Dal punto di vista militare lavorare affinché la strategia delI’Isaf sia modellata su quella adottata dai nostri militari perché questa è l’unica che s’è dimostrata valida e che può ancora funzionare. Sul piano più generale della ricostruzione, civile e diplomatico, fare in modo di modificare radicalmente l’approccio americano che si è rivelato del tutto sbagliato.

Cominciamo dal primo punto. Perché il nostro contributo sarebbe così importante e persino esemplare?

È quel che il generale Usa, McChrystal, ha scoperto finalmente: stare lì a fianco della popolazione, non provocare vittime civili, produrre sicurezza per tutti, soprattutto per i cittadini afghani, e aiuto concreto per lo sviluppo e la ricostruzione del Paese.

Ad esempio?

Due ospedali costruiti dagli italiani, di cui uno pediatrico, l’unico dell’Afghanistan, che ho visitato ed è ancora protetto dai nostri militari. L’addestramento di tanti poliziotti afghani compiuto dai carabinieri, un lavoro davvero eccezionale. Posso testimoniare che per professionalità, serietà e integrità i nostri si dimostrano superiori ai soldati di altri contingenti. Se questo modello produce sicurezza e conquista la fiducia della popolazione, va applicato su larga scala. Soltanto così, forse, ne usciremo a testa alta.

Veniamo all’approccio più generale da modificare. Come?

Intanto va detto che questa guerra dura ormai da nove anni e se ne parla come se fosse cominciata ora. Il disastro è sotto gli occhi di tutti. In qualche modo la conferenza internazionale di Londra lo ha certificato.

In che senso?

Tocca a noi europei indicare un’altra strada e perseguirla. La conferenza di Londra ha posto in evidenza tre aspetti essenziali. Innanzitutto che per questo conflitto non esiste una soluzione militare; che è indispensabile rafforzare il  processo negoziale; che è in atto un vero e proprio scandalo nella distribuzione degli aiuti.

Di quale scandalo parla?

L’ottanta per cento degli aiuti internazionali destinati all’Afghanistan - quello che passa attraverso quattro o cinque multinazionali - non arriva mai a destinazione. La rete della corruzione in alcuni settori della cooperazione internazionale è stata accertata, quindi anche su questo occorre cambiare registro, distribuendo almeno il 50 per cento degli aiuti direttamente nelle mani del governo afghano.

A sua volta il governo del presidente Karzai pare che non brilli affatto nella lotta alla corruzione.

Sono stato io tra i primi a denunciarlo, ma è certo che la gran parte degli sprechi avviene proprio attraverso le maglie degli aiuti internazionali. Un rapporto del Congresso Usa ha confermato che sei miliardi di donazioni si sono persi nel nulla. Per non parlare dei guai combinati sotto altro nome dalla  ex Blackwater, la più grande compagnia militare privata americana: l’ottanta per cento degli agenti afghani da addestrare sono analfabeti, il 20% tossicodipendenti. Prendono 200 dollari al mese per fare nulla.

In questo pasticciaccio, mi scusi, ripeterei la domanda: ma che ci stiamo a fare?

Non sarebbe affatto giusto andarsene ora perché anche noi abbiamo in qualche modo contribuito ad aggravare la situazione, partecipando ad una guerra totalmente sbagliata con un assegno in bianco rilasciato agli americani. Adesso ci tocca uscire dignitosamente, senza lasciare altre macerie alle nostre spalle. 

Cosa vuol dire? Non è sacrosanto combattere la guerra al terrorismo?

In verità gli americani hanno scelto l’Afghanistan dopo l’11 settembre perché sembrava un obiettivo facile e una guerra a basso costo, mentre la gran parte degli attentatori era di nazionalità saudita. La sconfitta era invece prevedibile.

Forse ancor di più ora. La gente è stanca di vedere tornare in patria le bare dei propri cari.

Si tratta di una guerra asimmetrica, con un nemico sempre nascosto, nessuno da secoli ha mai vinto un conflitto di questo tipo, i militari lo sanno perfettamente.

Infatti hanno modificato la loro strategia.

Continuando a fare errori. Dicono di voler negoziare, trattare col nemico e scatenano una caccia sanguinosa ai capi dei talebani, dicono di voler conquistare Kandahar, pur sapendo che non ce la faranno mai. Non è quanto meno contraddittorio? Ecco perché è indispensabile che l’Europa getti sul piatto della bilancia tutto il suo peso. È indispensabile modificare la rotta.

Alcuni esperti affermano che è in gioco l’esistenza stessa della Nato: è vero?

Sono esagerazioni senza fondamento. E se la Nato chiudesse i battenti poco male, si risparmierebbero miliardi di euro. La necessità dell’Alleanza atlantica è venuta meno già ventuno anni fa con la caduta dell’Urss e lo scioglimento del Patto di Varsavia. Non c’è più il nemico.

Invece che diminuire, la produzione di oppio in Afghanistan è aumentata nel corso del conflitto. Non è proprio questa la principale fonte di finanziamento dei talebani?

Si finanziano così i talebani, ma meno che altre fazioni. In verità l’oppio è una sorta di infrastruttura dell’instabilità in Afghanistan e in questi anni non s’è mosso un dito per estirpare questa piaga che è anche nostra. Pensate al milione e messo di giovani europei dipendenti dall’eroina. Se c’è una ragione valida per restare in Afganistan è questa del cancro della droga.

 
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Pino ArlacchiNon sono una persona complicata. La mia vita pubblica ruota intorno a due cose: il tentativo di capire ciò che mi circonda, da sociologo, e il tentativo di costruire un mondo più decente, da intellettuale e militante politico.

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